Giorgia Meloni, la legge di bilancio e il paradosso del ceto medio

Nel cronoprogramma esposto da Giorgia Meloni a Bruno Vespa anche il taglio dell'Irpef per dare sollievo al ceto medio.

Nell’intervista a Bruno Vespa, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha offerto più di un elemento sul cronoprogramma da qui alle politiche 2027. Si è parlato anche di Quirinale, pensiero indicibile. Si è parlato di riforma della legge elettorale, come prerogativa del Parlamento e, nelle parole della premier, con l’indicazione del candidato premier sulla scheda.

Si è parlato di violenza politica, per un capo del governo, prima donna nella storia repubblicana, che è puntualmente bersaglio di minacce di morte. Il linguaggio d’odio e gli attacchi sopra le righe (inclusa la denuncia alla Corte penale internazionale per “concorso in genocidio”) andrebbero condannati sempre, non solo quando toccano gli amici. Invece nei confronti di Meloni e degli altri leader di centrodestra qualcuno applica un singolare doppio standard, come a voler attenuare, o nascondere, l’imbarbarimento del dibattito pubblico e la gravità delle minacce che hanno comportato un innalzamento del livello di allerta (nonché il rafforzamento delle scorte e del livello di tutela personale per la premier e i due vicepremier Tajani e Salvini). A un mese dall’assassinio di Charlie Kirk lo scorso 10 settembre, il monito del presidente Meloni non dovrebbe cadere invano.

Venendo ai temi di interesse, c’è la quarta legge di bilancio del governo Meloni che, nelle parole della premier, intende dare un segnale concreto al ceto medio (in particolare, ai redditi fino a 50mila euro). Poi ci sarà, nella prossima primavera, il referendum sulla separazione delle carriere, appuntamento prodromico alla campagna elettorale del 2027.

Tra gli elementi di rilievo in manovra, spicca su tutti l’annunciato taglio dell’Irpef i cui effetti matureranno nelle buste paga a metà del 2026.

Il ceto medio, da sempre spina dorsale del welfare italiano, appare oggi sempre più in difficoltà a causa dell’inflazione e della perdita di potere d’acquisto, della crisi economica, dell’instabilità lavorativa e della bassa occupazione giovanile e femminile. Certamente, chi guadagna 40 o 50mila euro l’anno è un privilegiato rispetto a chi guadagna meno ma difficilmente può essere considerato “benestante”, di sicuro non gode di una condizione comparabile a quella vissuta, per esempio, negli anni Ottanta, caratterizzati da maggiore benessere e maggiore capacità di risparmio.

Un tempo il ceto medio era il motore della società, della crescita economica e il simbolo della stabilità. Oggi arranca, impoverito e sempre più escluso dalle dinamiche di sviluppo del paese. In un rapporto Censis-Cida, presentato a maggio, il ceto medio si presenta come una classe sociale trasversale, istruita ma indebolita dagli scarsi riconoscimenti economici e da un welfare limitato. A identificarsi in questo gruppo è il 66,1 percento degli italiani, contro il 28,2 percento che si colloca nel ceto popolare e il 5,7 per cento nel ceto benestante.

Secondo lo stesso rapporto, oggi il ceto medio galleggia senza prospettiva. Anche i consumi riflettono questo stato: il 45 percento li ha ridotti, e la maggioranza teme ulteriori tagli nel prossimo futuro.

Un futuro che, sempre più spesso, il ceto medio non riesce più a immaginare dentro i confini del Paese. Il 40 percento dei genitori appartenenti all’ossatura del Paese ritiene che i figli staranno economicamente peggio, e il 51 percento auspica che cerchino opportunità all’estero. Al “mito dell’altrove”, che seppellisce il sogno di mobilità sociale interna, si unisce un singolare paradosso: il ceto medio è troppo ricco per ricevere aiuti, troppo povero per costruire futuro.

È importante soffermarsi sulla condizione contemporanea del ceto medio perché da essa dipendono dinamiche di consenso elettorale di primaria grandezza. Per questo chi governa o aspira a governare cerca da sempre di assicurarsi il sostegno del ceto medio. Oggi una fetta di questo elettorato si rifugia spesso nell’astensionismo che anche nelle ultime tornate elettorali, nelle Marche e in Calabria, si è affermato come primo partito. Il successo dell’operazione a favore del ceto medio passa certamente dall’entità del taglio Irpef, cioè dalla dimensione del cambiamento che dovrebbe dare sollievo a milioni di famiglie.

E tuttavia non si può non riscontrare, a fronte dei dati record di occupazione e della stabilità finanziaria del Paese, che la coalizione di governo, a tre anni dal suo insediamento, gode di un consenso ancora solido. Su questo dato incide evidentemente l’incapacità delle opposizioni di offrire una valida alternativa di governo, con un Pd, a guida Schlein, che sembra perdere presa sui ceti produttivi del Centro e Nord Italia, e un M5S che al Sud, un tempo collettore di voti, raggranella percentuali a una cifra. Sarebbe tuttavia un’occasione mancata non riuscire a dare un concreto sollievo a chi, tra non poche difficoltà, porta avanti l’economia del Paese. Servono scelte nette dalla parte di chi, come si diceva, è troppo ricco per ottenere sussidi ma è troppo povero per affacciarsi al futuro con la necessaria serenità.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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