Neutralizzare i droni

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Due aziende Usa, finanziate dalla ‘Defense Innovation Unit’, hanno testato con successo un nuovo intercettore di droni a basso costo.

Il mondo sta diventando un posto sempre più pericoloso. Le guerre imperversano in ogni angolo del globo: a partire dall’Europa con lo scontro tra Ucraina e Russia, passando per Israele e Palestina, senza tralasciare la precarietà della situazione in Yemen, Siria e Libano. L’Africa è percorsa da numerose zone di conflitto, tra cui l’Etiopia, il Sudan e il Congo.

In quasi tutti questi scenari, il modo di combattere è cambiato grazie anche alle nuove tecnologie a disposizione dei vari eserciti. I ‘game changer’, secondo gli analisti bellici, sono stati i droni: strumenti che costano relativamente poco, ma che possono causare danni a infrastrutture civili e militari per milioni di euro.

Le potenzialità sono tali che tutti i Paesi stanno cercando di adeguare e aggiornare i propri arsenali per riuscire ad intercettarli in modo sempre più efficace e con tecnologie meno costose di quelle attuali. Gli Stati Uniti d’America sono tra i più attivi nella ricerca di nuovi dispositivi e, attraverso il programma ‘Counter Next’, stanno provando ad accelerare lo sviluppo, la produzione e l’impiego di prototipi di intercettori di droni.

Il progetto è stato avviato nel 2024 dal dipartimento della Guerra Usa (allora si chiamava ancora dipartimento della Difesa) e dalla Defense Innovation Unit e sta cominciando a dare i propri frutti: le due aziende selezionate, Anduril e Zone 5 Technologies, hanno completato con successo i primi test dei prototipi che, attraverso il lancio di missili, hanno neutralizzato i droni. Inoltre, sulla base dei dati raccolti saranno apportate ulteriori migliorie prima dei prossimi collaudi che verranno svolti nei successivi mesi.

Le due aziende, peraltro, ove possibile, integreranno componenti commerciali già pronti all’uso per mitigare potenziali colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento e mantenere bassi i costi. Per consentire futuri miglioramenti progettuali e una rapida integrazione di sottosistemi e componenti, i prototipi utilizzano un’architettura modulare aperta e sono progettati per la produzione di massa. Tutti i componenti del nuovo sistema – fa sapere il Defense Innovation Unit – saranno qualificati e certificati secondo alcuni degli standard militari più rigorosi.

I risultati positivi di questo primo test hanno sbloccato ulteriori finanziamenti alle due società per perfezionare i sistemi e renderli operativi dopo l’estate del 2026.

Perché i droni sono così pericolosi?

Nei teatri di guerra più importanti degli ultimi anni i droni sono stati un’arma sempre più utilizzata ed efficace. Il grande pubblico ha iniziato a familiarizzare con questi strumenti ad uso militare nel corso della guerra in Ucraina dove la Russia ha fatto largo uso dei tristemente noti modelli ‘Shahed’ prodotti dall’Iran.

Come già detto, la facilità di produzione, unita ai bassi costi e all’alta precisione nel colpire i bersagli strategici rendono i droni un’arma fondamentale per condurre una guerra con successo, riuscendo a depotenziare il nemico con una spesa minima. Uno dei segreti dell’efficacia di questi mezzi è la loro capacità di volare a bassa quota, rendendone molto difficile l’individuazione da parte degli strumenti classici.

Un intercettore efficace ed economico può cambiare lo scenario

In questo contesto un intercettore, come quello che si apprestano a mettere in campo gli Usa grazie al lavoro di Zone 5 Technologies e Anduril, che sappia coniugare efficacia operativa e contenimento dei costi può cambiare profondamente gli scenari: non si tratta soltanto di aggiungere un nuovo sistema alla dotazione, ma di alterare la relazione di costi e benefici che guida le scelte dell’avversario.

Se la difesa contro i droni diventa relativamente economica e scalabile, l’utilizzo massiccio di velivoli senza pilota perde parte della sua convenienza strategica e tattica, riducendo l’attrattiva di attacchi a basso costo mirati a interrompere infrastrutture critiche o a colpire obiettivi sensibili. Sul piano operativo ciò favorisce l’emergere di approcci di difesa a strati, in cui soluzioni di sorveglianza, sistemi di ingaggio non cinetici e capacità di neutralizzazione rapida si integrano con procedure di gestione del rischio e resilienza delle infrastrutture civili.

Sul versante industriale e politico, lo sviluppo e la diffusione di intercettori accessibili possono innescare processi di standardizzazione, crescita di fornitori commerciali e nuove forme di cooperazione tra alleati, oltre a sollevare questioni sulle limitazioni all’esportazione e sulle garanzie di controllo del materiale.

Va però sottolineato che anche questa dinamica genera dilemmi: l’introduzione di contromisure efficaci stimola contromisure degli avversari, alimentando un ciclo tecnologico che può a sua volta aumentare l’instabilità; inoltre, la produzione e la distribuzione su larga scala di sistemi di difesa comportano rischi di dipendenza da catene di approvvigionamento estere e di escalation economica che richiedono politiche pubbliche attente.

Il mondo si riarma

Dopo duemila anni la massima dei Romani ‘si vis pacem, para bellum’, appare ancora molto attuale. Tutti i Paesi, da quelli autoritari fino a quelli democratici, stanno attuando massicci investimenti nel settore della Difesa, sviluppando nuove tecnologie e aggiornando strategie militari per fronteggiare le minacce contemporanee.

Il riarmo non riguarda soltanto i mezzi: i gesti e le parole delle istituzioni assumono un peso crescente, in grado di influenzare opinioni, alleanze e scelte strategiche. Il cambio di denominazione del dipartimento della Difesa statunitense in dipartimento della Guerra ne è un esempio eloquente: non si tratta di un semplice nome, ma di un messaggio che comunica intenzioni e determina priorità.

In un’epoca in cui tecnologia, strategia e retorica si intrecciano, le parole diventano uno strumento potente quanto le armi stesse, capaci di plasmare percezioni, decisioni e, in ultima analisi, il corso degli eventi.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8

 

Poste Italiane Dic 25

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