Dalla Silicon Valley all’Italia, tra ricerca e impresa, Alberto Sangiovanni Vincentelli racconta come visione, collaborazione e curiosità guidino l’innovazione e la gestione della complessità.
Marta Bertolaso dialoga con Alberto Sangiovanni Vincentelli, pioniere dell’Electronic Design Automation (Eda) e figura di riferimento tra accademia e industria, per esplorare i confini dell’innovazione tecnologica, la gestione della complessità, il ruolo dell’AI e l’importanza di formazione e responsabilità nelle sfide del presente e del futuro.
La sua è una storia di successo: quale giudica il miglior successo del suo lavoro, della sua vita come professore e come imprenditore?
Il mio lavoro sulla progettazione, in particolare sull’uso di strumenti matematici per semplificarla e renderla più potente in tutte le sue sfaccettature, è stato alla base del riconoscimento e del successo che ho ottenuto. Ma questo successo lo devo alla vita universitaria.
È importante ricordare che senza il contributo e la collaborazione dei miei studenti (circa cento dottorandi), non saremmo mai arrivati così lontano. Anche i miei colleghi hanno avuto un ruolo fondamentale. All’inizio eravamo in tre a lavorare alle idee chiave e alla definizione del framework che oggi possiamo applicare in diversi contesti.
In questo trio, potremmo dire che io rappresentavo il ‘collante’: cercavo di tenere insieme l’aspetto teorico e quello pratico, traducendo le esigenze applicative in formulazioni matematiche e viceversa. Questo equilibrio ha reso il nostro lavoro particolarmente efficace e duraturo.
E poi cosa è successo?
All’inizio della nostra ricerca, l’industria mostrò subito grande interesse per ciò che stavamo facendo, anche grazie al fatto che operavamo in Silicon Valley, un elemento che indubbiamente ha giocato un ruolo importante.
Ci occupavamo della progettazione di circuiti integrati, e ben presto alcune imprese ci chiesero se fossimo disponibili a fondarne una nostra per dare continuità e supporto alle attività che svolgevamo all’università, attività completamente aperte e accessibili a tutti. Infatti, non abbiamo mai ristretto la distribuzione degli strumenti accademici che sviluppavamo.
Ancora oggi, dopo tanti anni, moltissime università in tutto il mondo continuano a utilizzare quelle stesse risorse. Il resto della storia è ormai ben documentato. Cadence e Synopsys sono oggi due aziende leader, nate da quel percorso.
Le prossime sfide?
Se allarghiamo lo sguardo alla società e al mondo in senso più ampio, credo che la vera questione riguardi le persone. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di individui capaci di assumersi responsabilità personali, in grado di leggere il proprio tempo e abbastanza audaci da immaginare nuovi modelli: di mercato, economici, imprenditoriali e di innovazione sostenibile.
Su questo stiamo lavorando, insieme a te e ad altri colleghi, già da tempo. È un percorso che richiede il coraggio di andare oltre la complessità e di guardare più in profondità, per disegnare visioni realmente trasformative.
Ci stiamo confrontando con una crisi della conoscenza e delle coscienze senza precedenti. Come ha coltivato gli aspetti umanistici e filosofici nella sua vita professionale pur molto dedita a materie tecniche?
Ci sono due aspetti fondamentali. Da un lato, ho ricevuto una formazione umanistica che mi ha sempre accompagnato e ha profondamente influenzato il mio modo di affrontare anche i problemi scientifici: mi ha insegnato a considerare la complessità, il contesto, e il valore delle domande, prima ancora delle risposte.
Dall’altro lato, ho sempre creduto nel lavoro di team. Se non c’è sincronia, la volontà di aiutare chi è in difficoltà, la partita non la vinci quasi mai. Nelle squadre spesso, ci sono singole eccellenze, ma non sempre si riesce a integrarle, a ‘farle quadrare’ nel gioco collettivo. Secondo me, questa capacità di collaborazione a fare la differenza per raggiungere grandi risultati.
Governare la complessità richiede quindi una nuova preparazione.
Come siamo soliti dire ormai, la complessità va affrontata e non annullata o domata. Ci sono situazioni in cui ci rendiamo conto che non abbiamo il ‘compasso mentale’ per comprendere come gestire una certa situazione o processo. Altre volte, disponiamo di metodi che ci aiutano a semplificare le situazioni potendo agire in modo efficace a diversi livelli e risolvendo le cose. Ma in entrambi i casi questo richiede molto lavoro, studio.
È anche per questo che non parliamo di ‘controllo’ ma di ‘governance’. Si procede per approssimazioni e si cerca di trovare una quadra, di cambiare il punto di vista, di cercare quel comune denominatore su cui si può instaurare un confronto. Spesso e volentieri, nella nostra vita quotidiana o professionale, non ci possiamo sedere sugli allori, bisogna continuare a investigare, a studiare e a pensare.
L’AI ci aiuta? E i dati ‘parlano’?
L’intelligenza artificiale, per come la intendo io, è innanzitutto una scienza dei grandi numeri. Il suo fondamento risiede nella capacità di elaborare, correlare e sintetizzare quantità enormi di dati, fino a far emergere regolarità che a occhio nudo sarebbero invisibili.
L’AI possiede già uno statuto scientifico solido, anche se alcuni aspetti del suo funzionamento sono ancora opachi. Nessuno si aspettava che attorno all’AI circolassero così tanti investimenti e interessi economici e neanche anche questioni cruciali come la privacy, la gestione dell’eredità digitale e molto altro.
L’intelligenza artificiale può essere usata non solo per elaborare o diffondere informazioni, ma anche per distorcerle. È una situazione nuova rispetto ai primi tempi di Internet, quando ci limitavamo a cercare notizie o dati in modo più veloce. Come possiamo governare tutto questo? Serve prima di tutto comprendere la complessità con cui abbiamo a che fare.
Ma i dati non parlano. I dati sono pronti per essere interrogati, ma sono passivi. È più rilevante chi fa le domande ai dati, perchè senza domande il dato non parla, cioè non risponde.
C’è un’idea, un messaggio che vorrebbe aggiungere per i lettori di Fortune Italia?
È sempre la stessa questione: quella dell’innovazione. Fare qualcosa di nuovo, non sedersi sugli allori, non accontentarsi di ciò che si è già raggiunto. Innovare significa muoversi, restare curiosi, non diventare passivi. Man mano che si procede nella conoscenza o nella tecnologia, emerge sempre qualcosa di nuovo.
Ogni volta che si crede di aver raggiunto un equilibrio, la realtà propone un’altra sfida, un nuovo livello di problemi e opportunità. Per questo è necessario muoversi costantemente: se ti fermi, resti indietro e spesso nemmeno capisci il perché. Il progresso, in fondo, è un continuo divenire.
Marta Bertolaso è Professore Ordinario di Filosofia della Scienza e dello Sviluppo Umano presso la Facoltà di Scienze e Tecnologie per l’Uomo e l’Ambiente, Università Campus Bio-Medico di Roma.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)
