Dalla Cina i primi server negli abissi

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La Cina ha inaugurato il primo data center subacqueo al mondo alimentato da energia eolica, mentre Usa e Ue puntano sullo Spazio. Il cloud sta abbandonando la terraferma.

Dall’industria pesante all’innovazione. È nell’area speciale di Lin-gang, al largo di Shanghai, che la Cina sta scrivendo il terzo capitolo della sua dottrina economica. Un territorio pensato per diventare un hub tecnologico in grado di attrarre il meglio della robotica, dell’AI e dei veicoli autonomi sotto i cui fondali, a circa 35 metri di profondità, lo scorso novembre è stato inaugurato il primo data center sottomarino al mondo.

L’impianto, per il quale sono stati stanziati circa 1,6 miliardi di yuan, l’equivalente di 226 milioni di dollari, è alimentato esclusivamente a energia eolica. Si compone di due capsule pressurizzate dove sono racchiuse le unità di calcolo. In questa prima fase, ancora sperimentale, il data center è pensato per ospitare 198 rack che dovrebbero bastare a contenere dai 396 ai 792 server, per una capacità totale di 24 megawatt.

Una struttura in miniatura se pensiamo ai data center ‘terrestri’ che attualmente ospitano dai 3.000 agli oltre 10.000 rack. Questo data center dovrebbe attingere il 95% del proprio fabbisogno di energia elettrica da fonti rinnovabili, riducendo il consumo energetico totale del 22,8%.

Il progetto, frutto della cooperazione tra Shanghai Hailayun Technology, Wang Shifeng e altri partner tecnologici, rappresenta un punto di partenza per rafforzare il ruolo di Shanghai, capitale economica della Cina, nell’ambito del cloud computing e dell’intelligenza artificiale.

Entro la fine dell’anno, infatti, l’obiettivo è quello di portare il valore del settore oltre i 200 miliardi di yuan (il corrispettivo di circa 28 miliardi di dollari), per una potenza di calcolo totale di circa 200 exaFlops entro il 2027.

Nel corso della presentazione di questo data center, aziende cinesi come Shenergy Group, China Telecom, China Communications Construction Company, Shanghai Hicloud Technology e Inesa hanno, inoltre, firmato un accordo per la costruzione di un secondo data center sottomarino con una capacità complessiva, prevista, da 500 megawatt. Si tratta di un primo significativo passo verso un modello di hub digitali basato su un mix tra energia rinnovabile offshore e data center subacquei (Udc).

Nonostante sia stato il Dragone, almeno per ora, ad aggiudicarsi la corsa dei data center subacquei, occorre dire che la Cina è partita per seconda. Il colosso americano del web Microsoft, tra il 2018 e il 2020, ha infatti lanciato il progetto Natick, a 35 metri sotto il Mare del Nord a largo delle Orcadi.

Si trattava di una struttura cilindrica lunga 12 metri e contenente 864 server, alimentata ad azoto anziché ad ossigeno. I risultati sono stati incoraggianti: il data center, diventato attivo nel 2022, ha mostrato un tasso di guasto otto volte minore rispetto ai tradizionali data center terrestri per via dell’assenza di ossigeno, dell’umidità controllata e della temperatura stabile dell’acqua. Natick è stato abbandonato nel 2024.

Spostare la potenza di calcolo dalla terraferma alle profondità del mare prevede diversi vantaggi. Parlando dell’efficienza energetica, si prevede un Power Usage Effectivenes (Pue) inferiore a 1,15, quando l’ideale teorico si attesterebbe a 1,0 e gli attuali data center oscillano tra 1,6 e 2,0. A questo si aggiunge anche la capacità di raffreddamento garantita naturalmente dalla temperatura stabile dell’acqua.

I data center sulla terraferma generano, tradizionalmente, un calore elevato e per contenere la loro temperatura necessitano di un raffreddamento artificiale, garantito da turbine eoliche offshore che da solo, secondo quanto riportato dal direttore generale di Shanghai Hicloud Technology, rappresenta circa il 50% dell’energia consumata.

Inoltre, questa soluzione andrebbe a limitare il consumo di suolo del 90% e a eliminare totalmente il bisogno di acqua dolce per i sistemi di raffreddamento, portando il fabbisogno dell’impianto sotto il 10% e ridimensionerebbe l’impatto dell’inquinamento acustico. D’altra parte, mantenere una simile infrastruttura risulta complesso e costoso. Per ogni intervento ci sarebbe bisogno di sommozzatori, robot e di ingenti tempi di fermo. Dal punto di vista ambientale la presenza dei due cilindri e il rilascio di calore, seppur lieve, rischia di andare a impattare sulla tenuta degli ecosistemi e degli habitat marini.

Ma se la Cina guarda al fondo del mare, gli Usa guardano allo spazio. A marzo 2025 la startup Lonestar Data Holdings, con sede in Florida, ha mandato in orbita il suo primo micro-data center fisico a bordo del lander Athena, portato nello spazio a bordo di un razzo Space X. Ad agosto Starcloud ha lanciato il suo primo satellite dimostrativo equipaggiato con Gpu Nvidia H 100 in modo da mettere alla prova carichi di lavoro legati ad AI ed edge computing.

Con il progetto Project Suncatcher, Google dovrebbe lanciare i suoi primi data center spaziali per l’AI alimentati ad energia solare entro il 2027. Si parla di circa 80 satelliti solari posizionati a 400 miglia dalla superficie terrestre dotati, ciascuno, di processori ottimizzati per l’intelligenza artificiale. Sul fronte europeo, il consorzio Ascend che raccoglie 11 aziende tra le quali Airbus, Airane Group e Thales Alenia Space, punta a installare il primo vero data center spaziale che dovrebbe essere operativo entro il 2030.

Una corsa alle profondità marine e allo spazio che mostra come il futuro di cloud sembra allontanarsi sempre di più dalla terraferma.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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