Va bene, a volte le spara grosse, grossissime, passa di provocazione in provocazione, usa iperboli assertive, diciamo pure aggressive (e immagini generate dall’AI), ma il bilancio del primo anno del Trump 2 è sostanzialmente positivo.
A Davos, dov’è arrivato con tre ore di ritardo causa guasto dell’Air force one, Donald Trump appare un filo ottimista quando evoca un presunto primato Usa nel campo dell’intelligenza artificiale (la Cina è competitor insidioso) ma, nel contempo, sbatte in faccia agli europei alcune verità. “Amo l’Europa ma non sta andando nella giusta direzione. Alcuni luoghi sono francamente irriconoscibili”.
Il presidente Usa si riferisce agli effetti dell’immigrazione illegale di massa, al lassismo delle frontiere che sta trasformando nel profondo la società europea, esposta a un’ondata di islamizzazione crescente. La cartina di tornasole è il diffuso antisemitismo per contrastare il quale, secondo il Telegraph, l’amministrazione Usa starebbe valutando la possibilità di offrire asilo ai cittadini ebrei britannici intenzionati a lasciare il Regno unito.
A Davos, da guest star del World Economic Forum (nella prima edizione senza il fondatore, Klaus Schwab, ma con l’ospite più influente, il numero uno di BlackRock Larry Fink), Trump dice che “dopo un anno della mia presidenza l’economia Usa è in pieno boom”, “praticamente non c’è inflazione” e “i confini sono impenetrabili”.
Trump parla di una “crescita sostenuta con il Pil del quarto trimestre stimato a +5,4 percento”, il doppio rispetto alle previsioni del Fondo monetario internazionale, e prevede di poter spingere la crescita “ancora più in alto” grazie alle politiche messe in campo dalla sua amministrazione, inclusa la riduzione del numero dei dipendenti federali e l’abolizione delle tasse sulle mance.
Mentre sferza gli europei che cianciano di “green” e di “cambiamento climatico” (temi toccati ieri, a Davos, da un occhialuto presidente francese Emmanuel Macron), Trump rivendica orgogliosamente l’operazione Maduro, e aggiunge: “Tutte le grandi compagnie petrolifere stanno venendo con noi in Venezuela”, il drill baby drill è tornato.
A Davos emerge il divario tra l’attivismo trumpiano (oltre duecentocinquanta ordini esecutivi in dodici mesi) e il pantano europeo che, tra fantomatici bazooka e spedizioni dimostrative di poche decine di soldati in Groenlandia, sembra giocare di rimessa, incastrato in una burocrazia asfissiante, privo di una strategia chiara. A Davos il segretario al Tesoro americano Scott Bessent rivolge una critica all’Europa: “L’Unione europea deve rendere operativo il rapporto di Mario Draghi sulla competitività. Io parlo con i nostri manager del settore tecnologico e mi dicono che per loro è più facile fare business in Cina che in Europa, il che è tutto dire”. E ancora: “Quando un uomo d’affari chiede un appuntamento alla Casa Bianca, glielo danno in tre giorni. Invece mi si dice che quando qualcuno chiede un appuntamento a Ursula von der Leyen, ci vogliono novanta giorni. Queste cose devono cambiare”.
A riprova della lentezza europea, vale la pena notare come l’Europa abbia ripreso in mano il dossier difesa soltanto dopo la scossa trumpiana in ambito Nato, a tre anni di distanza dall’aggressione russa in Ucraina.
In politica estera Trump ha avuto il merito di smuovere il quadro ucraino come quello mediorientale. Con la sua diplomazia muscolare verso Turchia e Qatar, è riuscito ad esercitare su Hamas pressioni tali da ottenere il rilascio degli ostaggi israeliani del 7 ottobre 2023. Con Trump si è arrivati alla Conferenza per la pace di Sharm el Sheikh che ha segnato un punto di svolta nel conflitto a Gaza. Grazie a Trump c’è un negoziato in corso per far tacere le armi in Ucraina: non sappiamo dove porterà ma è un fatto che prima di Trump si parlava soltanto di quali e quanti aiuti militari inviare a Kiev, oggi si parla di come siglare un accordo di pace. Sarebbe poi sbagliato sottovalutare l’effetto dei bombardamenti americani sui siti nucleari iraniani che hanno inferto un colpo durissimo al programma atomico degli ayatollah. Per non dire dell’operazione spettacolare che ha portato alla cattura del tiranno Nicolás Maduro in Venezuela. Se a Trump riuscisse di avviare una fase democratica a Caracas, come in Iran e a Cuba, sarebbe una svolta epocale.
Tutto questo per dire che, al di là di come andrà a finire in Groenlandia (è chiaro che “le due slitte con i cani” danesi, evocate da Trump, non sono in grado di fronteggiare, da sole, le mire di Cina e Russia), il bilancio del primo anno del second term trumpiano porta un segno più. È soltanto la prima fase di un mandato lungo quattro anni ma liquidarlo come una carrellata di astruserie sarebbe sbagliato. Ci sono pure quelle, fanno parte di un linguaggio diverso da quello paludato cui noi europei siamo abituati, ma le azioni messe in campo da Trump sono, appunto, azioni, non chiacchiere. L’Europa impari a “fare”, da spettatrice è destinata al tramonto.

