I veri favoriti e i veri penalizzati dai (nuovi) dazi di Trump

dazi donald trump

Nell’anno del 250imo anniversario della fondazione degli Stati uniti, Donald Trump ha aperto così il discorso sullo stato dell’Unione: “La nostra nazione è tornata. Più solida, migliore, più ricca e più forte di prima. E non avete visto ancora niente, faremo sempre meglio: questa è l’età dell’oro dell’America”. Ottimismo a parte, Trump ha attaccato l’opposizione su inflazione e immigrazione, ed è tornato sui dazi, attaccando frontalmente la Corte suprema i cui giudici erano seduti davanti a lui. Guardandoli in faccia, Trump ha ribadito che la decisione del massimo tribunale degli Stati uniti è “totalmente sbagliata e infelice”, e che lui andrà avanti imponendo nuove tariffe “senza bisogno di alcuna azione da parte del Congresso”.

In Europa l’attenzione è altissima. Per un’impresa l’incertezza ha un prezzo. La durata limitata delle nuove tariffe e il timore che possano salire frenano acquisti e investimenti. A Bruxelles, come a Roma, prevale la cautela. Il commissario Ue al Commercio Sefcovic ha invitato l’Europarlamento a ratificare a marzo l’accordo sui dazi tra Ue e Usa chiuso a luglio. L’Europa attende chiarezza dall’altra sponda dell’Atlantico, e intanto manda un segnale congelando il voto del Parlamento europeo, previsto per lo scorso lunedì, che avrebbe dovuto portare alla ratifica dell’accordo, azzerando i dazi Ue su una serie di beni americani, incluse le aragoste. Le questioni sul tavolo sono più d’una. Il nuovo dazio “universale” introdotto da Trump, dopo la decisione della Corte suprema, non sostituisce i cosiddetti dazi settoriali, come quelli del 50 percento su acciaio e alluminio che hanno una diversa base legale (e che sono una costante della politica protezionistica americana, anche in era Biden). C’è poi il tema dei rimborsi che le imprese potrebbero chiedere in merito alle somme versate alla dogana Usa (il colosso americano delle consegne e del trasporto merci FedEx ha annunciato di aver fatto causa all’amministrazione Trump per recuperare le spese sostenute a causa dei dazi dichiarati illegittimi). Secondo le stime più accreditate, i dazi hanno consentito all’amministrazione Usa di incassare oltre 130 miliardi di dollari di maggiori entrate. Altre stime si spingono fino a 175 miliardi.
I servizi doganali americani intanto hanno annunciato che la riscossione dei dazi poi annullati dalla Corte suprema non è più effettiva a partire da martedì a mezzanotte, ora di Washington. Da quel momento è entrata in vigore la nuova tariffa al 10 percento che resterà valida fino al 24 luglio, poi sarà necessario un voto del Congresso per una eventuale proroga. Ma con le elezioni di midterm di novembre nulla appare scontato (i democratici potrebbero riprendere il controllo della Camera dei Rappresentanti al Congresso). Il percorso è irto di ostacoli.

Ora, l’Europa, che ha competenza esclusiva in materia di commercio, può decidere di dichiarare guerra al principale partner commerciale, inseguendo le suggestioni da “bazooka” di impronta francese, oppure, come sembra voler fare, può sedersi al tavolo per negoziare il miglior accordo possibile. Secondo una logica di riduzione del danno, si potrebbe dire. La linea del governo italiano resta improntata alla prudenza: meglio dialogare e cooperare piuttosto che finire a carte bollate. La questione che invece preoccupa maggiormente riguarda il trattamento di favore che potrebbe avvantaggiare Paesi finora penalizzati con tariffe più elevate. Per Cina, Brasile e India il dazio globale al 10 percento significa beneficiare di tariffe più basse di prima. Questa parità di condizioni espone i prodotti europei alla concorrenza, soprattutto cinese.
Il problema si poneva già prima, a causa della overcapacity cinese che, non trovando sbocco negli Usa, si è riversata nel Vecchio Continente. Federchimica ricorda che, in un solo anno, l’import dalla Cina di prodotti chimici è aumentato del 9 percento e il saldo commerciale bilaterale ha raggiunto un deficit di otto miliardi di euro. Stando ai numeri, la produzione manifatturiera cinese sarebbe già pari a quella degli Usa e dell’Ue messi insieme, con una quota globale del 30 percento in costante crescita. A questo si aggiunge un crescente squilibrio nel commercio bilaterale, con un deficit commerciale dell’Ue con la Cina che raggiungerà i 360 miliardi di euro nel 2025.
Con questa realtà i governi e le imprese europee devono fare i conti.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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