Nel film cult del 1993 Jurassic Park, il personaggio interpretato da Jeff Goldblum, il matematico Ian Malcolm, spiega la teoria del caos, nota anche come effetto farfalla. L’idea è semplice: anche un evento minuscolo, come il battito d’ali di una farfalla, può innescare una catena di conseguenze enormi. Nel film Malcolm lo riassume così: “Se la storia dell’evoluzione ci insegna qualcosa, è che la vita non può essere contenuta. La vita trova sempre il modo di espandersi, di attraversare barriere, a volte anche in modo pericoloso”.
L’economista capo di KPMG, Diane Swonk, riprende proprio questa immagine in un recente report di analisi economica. Il riferimento serve a spiegare come il conflitto in Iran possa generare un effetto a catena sull’economia globale e arrivare fino ai bilanci delle famiglie americane, già alle prese con una fase economica fragile.
Due scenari possibili per il conflitto
Swonk descrive due possibili evoluzioni della guerra. Il primo scenario rappresenta la situazione di base. In questo caso il conflitto prosegue per alcune settimane e mantiene chiuso lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi del traffico petrolifero mondiale. Verso la fine di marzo il presidente Donald Trump allenta però la pressione e i prezzi del petrolio iniziano a scendere. Rimane comunque un premio di rischio legato ai possibili danni agli impianti di produzione.
Il secondo scenario ipotizza invece una guerra più lunga, tra tre e sei mesi. In questo caso i combattimenti provocano danni significativi alle infrastrutture petrolifere della regione. Il prezzo del greggio supera i 130 dollari al barile e resta sopra i livelli precedenti al conflitto per quasi un anno.
L’effetto sull’inflazione
Se la guerra dura mesi e la produzione petrolifera subisce gravi interruzioni, l’inflazione di fondo negli Stati Uniti può salire fino al 4,1% entro la fine dell’anno, un livello che non si registra dal maggio 2023. Anche nello scenario più moderato l’economista prevede comunque un aumento dei prezzi nel quarto trimestre del 2026, con un’inflazione intorno al 3,3% su base annua.
Il conflitto aggiunge quindi un nuovo fattore di incertezza a un’economia americana già sotto pressione. Il prezzo del petrolio ha sfiorato i 120 dollari al barile, il livello più alto dal 2022, subito dopo la nomina dell’ayatollah Mojtaba Khamenei come successore della guida suprema iraniana Ali Khamenei.
Un’economia già fragile
Il contesto economico negli Stati Uniti resta complesso anche al di là del petrolio. Il mercato del lavoro mostra segnali di rallentamento, con dati occupazionali deboli a febbraio. Anche il settore sanitario, tradizionalmente stabile nelle assunzioni, mostra ora segni di incertezza.
L’inflazione fatica inoltre a tornare ai livelli precedenti alla pandemia. Allo stesso tempo i consumatori spendono con maggiore prudenza, frenati dall’aumento dei prezzi di energia e alimentari. Solo le fasce più ricche continuano a mantenere livelli elevati di spesa.
Secondo Swonk il percorso dell’economia americana resta quindi incerto anche nel breve periodo.
Il problema della produzione di petrolio
La produzione petrolifera non funziona come un interruttore. Non si può spegnere e riaccendere rapidamente. Quando gli impianti si fermano serve tempo per riportarli a pieno regime, soprattutto se il conflitto provoca danni alle infrastrutture.
Nel caso più ottimistico la guerra può concludersi entro la fine di marzo. Anche in questa ipotesi i prezzi del petrolio restano elevati per alcune settimane, perché la produzione impiega tempo a ripartire. Se invece il conflitto si prolunga per mesi, il prezzo del greggio può restare sopra i livelli precedenti fino alla fine del 2026 o addirittura all’inizio del 2027.
Le conseguenze su crescita e tassi
Un aumento prolungato del prezzo del petrolio può rallentare la crescita economica. Nel primo scenario Swonk prevede un’espansione del Pil inferiore al 2% negli ultimi due trimestri del 2026. In caso di guerra più lunga la crescita può scendere all’1% nel terzo trimestre del 2026 e all’1,4% nel quarto.
Anche la politica monetaria può risentirne. Un’inflazione più alta può spingere la Federal Reserve a rinviare nuovi tagli dei tassi di interesse fino all’inizio del 2027.
L’effetto farfalla dell’economia globale
Qualunque sia l’evoluzione del conflitto, Swonk invita a non sottovalutarne l’impatto. In un sistema economico fragile anche piccoli cambiamenti possono generare conseguenze molto più ampie.
L’immagine dell’effetto farfalla resta quindi attuale. In sistemi complessi, conclude l’economista, anche variazioni apparentemente limitate possono produrre effetti imprevedibili e di grande portata.
