Trend, like e insight dei social possono penalizzare la creatività? La risposta di Luca Vezil.
In un’epoca in cui l’immagine domina e i social dettano legge, Luca Vezil ha trasformato la sua presenza digitale in un racconto autentico e personale. Non solo numeri e like, ma un viaggio fatto di scelte, fatica e consapevolezza. Il vero volto dell’influencer? Un professionista che cresce con la propria community, sfida le apparenze e costruisce il proprio spazio in un mondo sempre più complesso.
Guardando al suo percorso, c’è stato un momento preciso in cui ha capito che i social non sarebbero stati solo un passatempo, ma un vero lavoro?
Ho iniziato nel 2015, quando erano ancora agli albori e certamente il ruolo dell’influencer non era percepito come un vero lavoro, nemmeno dalla mia famiglia. La svolta è arrivata nel marzo 2017: a pochi giorni dalla laurea ho ricevuto una proposta da Oakley che non potevo rifiutare. Sono stato invitato ad Aspen, in Colorado, per seguire una gara di sci.
Al rientro da quel viaggio ho capito che quella passione poteva trasformarsi in una professione a tutti gli effetti. Vivevo già a Milano e da lì ho deciso di investire completamente su questo percorso. Con il tempo, grazie alla perseveranza e a una serie di scelte giuste, i social sono diventati il mio lavoro.
L’influencer è spesso percepito come un mestiere leggero o effimero. Da dove nasce, secondo lei, questa diffidenza?
Alla base c’è il fatto che, a differenza di molti altri lavori, non esiste un percorso di formazione codificato per diventare influencer. Spesso si può emergere anche in modo inatteso, magari trovando una chiave narrativa efficace o intercettando il momento giusto. Questo porta alcuni a pensare che si tratti di un successo ‘facile’.
In realtà, ciò che viene percepito come immediatezza nasconde un lavoro costante fatto di strategia, contenuti, analisi e continuità, che dall’esterno raramente viene riconosciuto.
Pensa che il problema sia una scarsa comprensione del lavoro che c’è dietro o anche alcune distorsioni del settore stesso?
Credo sia una combinazione di entrambi gli aspetti. In parte la responsabilità è degli influencer stessi, che per molto tempo hanno mostrato solo il lato più patinato del lavoro: i viaggi, gli eventi, i risultati finali. I social, soprattutto agli inizi, erano una vetrina in cui si condivideva esclusivamente il meglio, senza raccontare il percorso. Questo però sta cambiando, e oggi si sta facendo spazio a una narrazione più autentica e trasparente.
Allo stesso tempo, sono una piazza aperta, dove chiunque può esprimere la propria opinione ed è spesso più facile criticare che soffermarsi sul lavoro che c’è alla base. Direi che per circa il 70% il problema riguarda la percezione esterna, mentre il restante 30% è responsabilità del settore, che non sempre è riuscito a comunicare in modo chiaro il valore e la complessità di questo mestiere.
Come immagina l’evoluzione della figura dell’influencer nei prossimi anni?
È una domanda che mi pongo quotidianamente. Più che provare a immaginare cosa accadrà tra cinque o dieci anni, guardo a ciò che è già successo: la chiave è sempre stata sapersi evolvere insieme ai social media e agli strumenti che li accompagnano. Sarà fondamentale intercettare i cambiamenti nei linguaggi, nelle piattaforme e nei modelli di comunicazione, riuscendo a collegare i brand alle persone e a raccontarli in modo efficace a un pubblico sempre più ampio.
Allo stesso tempo, è essenziale valorizzare il know-how costruito nel tempo. Personalmente sono cambiato, sia come persona sia come professionista: oggi ho 34 anni e anche la mia community è cresciuta con me, ha esigenze e punti di vista diversi. Questo rende l’evoluzione non solo necessaria, ma naturale.
Quanto spazio ha oggi la creatività in un ecosistema dominato da algoritmi, metriche e performance?
È ridotto. C’è una corsa continua alla ‘formula giusta’ per soddisfare l’algoritmo e, quando un formato funziona, tende a essere replicato da molti, spesso in modo seriale. Questo porta a una certa omologazione dei contenuti.
Nel mio caso l’impatto è parzialmente diverso, perché il mio lavoro viene comunque valutato su numeri e metriche, che restano centrali. Detto questo, credo che seguire i trend sia necessario, ma non sufficiente: cerco sempre di inserire un elemento personale, mantenendo una cifra riconoscibile. È lì che, nonostante tutto, la creatività riesce ancora a trovare spazio.
Come si riesce a mantenere un’identità riconoscibile senza diventare ripetitivi o schiavi delle tendenze?
Credo che la chiave stia nel saper distinguere ciò che funziona nel breve periodo da ciò che costruisce valore nel tempo. Faccio un esempio personale: la fotografia è una forma di espressione che sento molto mia e che oggi, dal punto di vista algoritmico, è probabilmente penalizzata rispetto ad altri formati.
So che non garantisce sempre i numeri di certi trend, ma è una scelta coerente e continuativa, che racconta chi sono e rappresenta uno dei miei tratti distintivi. Preferisco lavorare sulla lunga distanza, più come una maratona che come uno sprint sui cento metri. È un approccio che può sembrare meno immediato, ma che ritengo il più efficace per mantenere un’identità riconoscibile senza diventare prigionieri delle mode.
Essere seguiti da centinaia di migliaia di persone comporta anche una responsabilità. Come vive questo aspetto?
Ne parlo spesso anche con altri colleghi: ci confrontiamo molto su questo aspetto e sulle implicazioni che comporta. Personalmente ho sempre attribuito grande importanza alla responsabilità legata alla visibilità, proprio perché ogni contenuto viene visto e interpretato da un pubblico molto ampio.
Nel corso degli anni ho affrontato situazioni complesse e, in alcuni casi, anche fraintendimenti. L’esperienza mi ha aiutato a gestire meglio questi temi, a calibrare i messaggi e ad assumermi con maggiore lucidità il peso delle parole e delle immagini che condivido.
Quali sono i principali progetti attuali?
Quest’anno, per la prima volta, ne affronterò uno fotografico patrocinato da un brand che ha deciso di investire proprio in questo mio lato espressivo. Sarà un passaggio importante, perché riconosce un percorso costruito nel tempo.
Parallelamente sarà un anno molto focalizzato sullo storytelling di viaggio, con l’obiettivo di sviluppare una linea di contenuti dedicata al racconto di come viaggiare e valorizzare un territorio, andando oltre la semplice vetrina. Aggiungo che ho un’età anagrafica che mi porta a voler sviluppare un progetto e un prodotto dall’inizio e non solo ad essere lo strumento di comunicazione. L’obiettivo che mi sono posto è quello di realizzare qualcosa di personale.
Le lancio una provocazione: molti dicono che lei sia diventato famoso solo grazie alla sua relazione con Valentina Ferragni. Cosa risponde?
È un’osservazione che mi viene fatta spesso, e non ho mai avuto problemi a riconoscere che è vera. Da solo, probabilmente, non avrei avuto l’opportunità di entrare in questo mondo. Per questo sarò sempre grato alla mia ex Valentina, a sua sorella e alla famiglia: stando accanto a loro ho avuto la possibilità di imparare un mestiere da persone che, se non lo hanno inventato, ne sono state sicuramente pioniere.
Detto questo, è anche vero che si può essere messi sull’onda giusta, ma poi bisogna saperla surfare. Nel tempo ho lavorato per sviluppare competenze, visione e credibilità che mi permettessero di camminare con le mie gambe. Credo che oggi il mio percorso parli anche di questo.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)
