Matteo Andreini racconta come sceglie i nuovi talenti dei social. i numeri non sono tutto: il segreto è trovare il valore reale delle persone e trasformarlo in un percorso sostenibile.
A 22 anni Matteo Andreini ha già attraversato più ruoli – e vite – di quanti molti ne sperimentino in un’intera carriera: creator, talent manager, studente. Partito dai social come spazio di sperimentazione personale, ha capito in fretta che dietro la camera, non solo davanti, c’è un lavoro più creativo da inventarsi. Per questo oggi accompagna giovani in percorsi di crescita che vanno oltre i numeri, puntando su identità, posizionamento e progettualità.
Chi è oggi Matteo Andreini: un imprenditore digitale, un gestore di talenti o qualcosa che sfugge alle etichette?
Sono un ragazzo incuriosito da tutto quello che lo circonda, che ha voglia di apprendere da chi ha voglia di insegnargli. Oggi lavoro con diversi creator, costruendo con loro rapporti professionali e cercando di valorizzarli, inserendoli nei progetti più coerenti con quello che sono e che possono diventare.
A 16 anni i social erano un passatempo. Poi, a 18, il trasferimento a Milano e il primo contratto con House of Talent. Quando ha capito che poteva diventare un lavoro vero, di lungo periodo?
L’esperienza da creator mi ha dato molta consapevolezza: mi ha fatto crescere, capire dinamiche, tempi, responsabilità. Ho scelto il lavoro dietro le quinte perché mi incuriosiva. Oggi posso dire che è la strada che sento più mia.
C’è stato un momento in cui ha realizzato che i social potevano essere anche una ‘macchina da soldi’?
Non amo molto parlare di soldi. Per me i social sono prima di tutto uno strumento di comunicazione. Quello che conta davvero è il percorso che fai e il segno che riesci a lasciare nelle persone.
Perché il passaggio dalla creazione di contenuti alla gestione dei talenti?
Per curiosità, prima di tutto. Mi affascinava la parte creativa dei progetti, ma anche quella organizzativa: mettere insieme idee, persone, obiettivi. È lì che ho capito che potevo essere più utile.
Molti creator crescono in visibilità, pochi in struttura. Che competenze servono davvero per diventare un talent manager?
Oggi sui social ci sono tantissimi numeri, ma poco contenuto. Un buon talent manager deve saper guardare oltre le metriche, individuare il valore reale e capire come trasformarlo in un percorso sostenibile.
Come si riconosce un talento, al di là dei follower?
Serve sensibilità. E spesso anche molta pazienza (ride ndr). Gestire talenti significa lavorare con persone, con le loro fragilità, aspettative, ambizioni. Non è mai solo performance.
La sua passione per la Juventus e il rapporto con il mondo del calcio quanto incidono sulla sua visione professionale?
Collaborare con realtà come Adidas e Juventus è una parte del mio lavoro che mi fa sentire molto privilegiato. Sono onorato di collaborare con professionisti del settore, grazie a loro sto crescendo e imparando tanto.
I social sono un ambiente saturo: tanti cercano fama, pochi costruiscono valore. Cosa distingue chi ha prospettiva da chi è solo virale?
Come nella vita, anche sui social è fondamentale sapere chi si vuole essere e dove si vuole arrivare. Ci sono creator con milioni di visualizzazioni che però non lavorano davvero: fermarsi ai numeri è banale. Serve una direzione, un posizionamento chiaro.
A 22 anni ha già vissuto più ‘carriere’ in una. Guardando indietro, c’è qualcosa che non rifarebbe?
Difficilmente rimpiango ciò che faccio. Sono molto razionale: scelgo consapevolmente e, se sbaglio, so che è stata una mia scelta. Non me ne faccio una colpa, vado avanti.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)
