Valentina Melpignano: “Il vero stile è saper restare”

valentina melpignano

Dalla decisione di produrre in Puglia al rifiuto delle scorciatoie della visibilità. Valentina Melpignano illustra la sua visione di impresa in un sistema moda in cui scegliere diventa un atto strategico.

In un sistema fashion sempre più affollato, veloce e orientato alla performance, la costruzione di un brand richiede oggi una presa di posizione chiara. Valentina Melpignano, creator e fondatrice di Annina Studio, ha scelto di muoversi in direzione opposta rispetto alle logiche dominanti: restare nel proprio territorio, lavorare su quantità contenute, mantenere il controllo della produzione e sottrarre il progetto alle dinamiche puramente narrative dei social.

In questa conversazione affronta il tema dell’impresa creativa come processo strutturato, il rapporto tra visione e mercato, il ruolo della community e il valore dell’autenticità in un contesto saturo di offerte e messaggi.

Annina Studio nasce dal desiderio di ridefinire l’idea di eleganza. Quando ha capito che questo percorso non era più solo racconto, ma costruzione di un suo progetto?

In realtà ho sempre immaginato e pensato di fare questo. Ho fatto tutto quello che ho fatto fino alla nascita di Annina proprio per costruire il mio sogno. È stato propedeutico alla nascita del mio brand. Ogni passaggio aveva questo obiettivo.

Ha scelto di rimanere in Puglia, una decisione non scontata per chi lavora nella moda. Perché?

Inizialmente non era assolutamente la mia idea. Quando ero più piccola, nel momento in cui ho dovuto scegliere il mio percorso di studi, non pensavo affatto di restare. Anzi, ho sempre voluto scappare, nel vero senso della parola. Per la mia missione e per il mio progetto a 18 o 19 anni, parliamo del 2010, la Puglia e la moda erano due mondi lontanissimi. Crescendo e viaggiando mi sono ricreduta. Ho capito che qui non si sta male, anzi, c’è una qualità della vita molto alta.

E soprattutto ho sempre avuto una grande familiarità con il mondo della produzione, perché i miei genitori lavorano nel campo dell’abbigliamento da quarant’anni. Ho praticamente vissuto nei laboratori di produzione qui nella Valle d’Itria, soprattutto a Martina Franca e a Locorotondo. Nel tempo, con la globalizzazione e con la Cina, molti laboratori hanno chiuso, ma quelli che esistono oggi sono i più forti e lavorano anche per brand internazionali.

Quando ho iniziato davvero a capire che Annina stava prendendo forma ed era pronta a nascere, produrre in Puglia è stata la scelta più naturale, anche per una questione logistica e soprattutto di controllo sulla produzione e sul prodotto, che per me è fondamentale.

Annina Studio nasce come brand direct-to-consumer. È stata una scelta naturale o strategica?

Sicuramente entrambe. Il modello direct-to-consumer permette di avere un controllo diretto sul prodotto, sulla produzione e sulla clientela finale. Questo consente di studiare meglio la domanda del consumatore.

Inoltre permette di lavorare su quantità ristrette e quindi di investire di più sulla qualità. In futuro mi auguro di potermi strutturare maggiormente e di aprirmi anche a una distribuzione wholesale, ma solo in negozi ben scelti, coerenti per visione, senza andare a discapito della qualità del prodotto di Annina Studio.

Quanto conta oggi avere una visione chiara in un mercato sempre più saturo di brand e messaggi?

Secondo me è la chiave. Questa è stata anche la mia esperienza, perché continuo a lavorare per altri brand e questo mi ha dato la possibilità di studiare bene il settore e di fare ricerche. Quello che vedo è che spesso un po’ tutti fanno tutto. Si seguono tantissimo i trend, c’è una grande sovrapproduzione e collezioni che escono di due mesi in due mesi.

Questo non è sostenibile né per un brand né per il consumatore che non può  continuare a comprare senza sosta. Questo va a discapito della qualità, sia per quanto riguarda la produzione che i nostri armadi. Io penso che si debba investire di più sul prodotto, sull’eccellenza e sull’eleganza, piuttosto che rincorrere continuamente i trend e stare al passo del mercato.

Sempre più creator lanciano marchi propri. Cosa distingue, secondo lei, la visibilità dalla costruzione di un’impresa?

Significa essere strutturati e basarsi sulle competenze reali e sulla filiera. Lo storytelling viene dopo. Non bisogna basare un’attività solo sullo storytelling. La visibilità non può essere l’obiettivo principale di un brand: è un contorno. Alla base devono esserci la qualità del progetto e la dei capi.

Ha una community molto ampia. Quanto ha contato nella nascita del brand e quanto conta oggi l’equilibrio tra ascolto e autonomia?

Avere un rapporto diretto con una community consolidata è importante ed è stato sicuramente utile per la nascita del brand, perché mi ha permesso di entrare in contatto diretto con le esigenze delle singole donne.

Detto questo, l’obiettivo finale di Annina Studio non è la visibilità. Il mio brand è pensato per essere riconosciuto per il prodotto e per andare da sé, non per chi lo racconta. Credo che la fiducia nasca dalla coerenza e soprattutto dalla qualità, non dalla presenza sui social.

A chi si rivolge oggi Annina Studio?

A donne come me, che hanno una vita piena, che lavorano e si muovono in spazi reali. Donne che vogliono sentirsi belle, gratificate, ma anche comode e sicure in quello che indossano.

È la mia prima esigenza quando cerco un capo. Amo la moda e sperimento molto nello styling, ma anche quando indosso brand più grandi o maison importanti, o quando mi trovo su un red carpet, ho bisogno di sentirmi comoda altrimenti non mi sento sicura e non vivo bene quello che sto facendo. Credo di parlare a donne che hanno questa stessa esigenza.

Il tema del numero è creatività e talento. Cosa rende oggi davvero dirompente un talento in un mercato saturo?

Io non so se sono la persona più adatta a rispondere a questa domanda, perché sono sempre stata molto fedele a me stessa e alla mia identità. Questo, probabilmente, non mi ha sempre agevolato nella vita lavorativa sui social, perché non sono mai riuscita a scendere a compromessi inseguendo trend che mi avrebbero resa virale e mi avrebbero fatto crescere rapidamente in termini di numeri.

Credo che oggi l’autenticità sia il valore che si è perso di più. Chi guarda, vedendo persone autentiche, forse si affeziona davvero e capisce che lì c’è una differenza in mezzo a questo mare di creator e di talent.

Cos’è che accende la sua creatività quando lavora sul prodotto?

Per me nasce dalla ricerca continua, in tutti gli ambiti. Nei viaggi, nello street style, osservando le persone per strada e cercando di capire perché sono vestite in un certo modo. Amo molto anche la storia del costume. Compro tanti libri, studio e approfondisco la storia degli abiti nelle diverse epoche. È questo che alimenta la mia creatività.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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