L’investitore miliardario Ray Dalio ha lanciato un duplice e severo avvertimento durante un’intervista a Bloomberg Television: secondo lui, i mercati azionari statunitensi si stanno avvicinando a livelli di sopravvalutazione simili a quelli osservati prima di due dei peggiori crolli finanziari della storia, mentre una distinta crisi legata al debito ha già superato una soglia dalla quale non è più possibile tornare indietro.
“In questo momento siamo vicini, ma non ancora allo stesso livello, del 2000 e del 1929”, ha dichiarato Dalio, facendo riferimento ai suoi indicatori proprietari che misurano sentiment degli investitori, concentrazione del mercato e valutazioni. Il riferimento è ai due più celebri scoppi di bolle speculative dell’ultimo secolo: l’inizio della Grande Depressione e il crollo della bolla delle dot-com.
Dalio ha però precisato che la formazione di una bolla e il suo scoppio sono due eventi distinti. La rottura arriva quando gli investitori sono costretti a trasformare la propria ricchezza in liquidità per coprire debiti o obblighi fiscali.
“Non si può spendere la ricchezza”, ha spiegato, sottolineando una dinamica tanto evidente quanto spesso sottovalutata. “Bisogna vendere la ricchezza per ottenere denaro, perché si può spendere soltanto il denaro”.
Sul fronte del debito, Dalio è stato molto meno cauto. Con il governo federale che spende circa 7.000 miliardi di dollari all’anno a fronte di entrate pari a circa 5.000 miliardi, il fondatore di Bridgewater ritiene che il meccanismo sia ormai autoalimentato e irreversibile nel breve periodo.
“Abbiamo superato il punto di non ritorno”, ha affermato rispondendo direttamente a una domanda sul tema, paragonando la crescita degli oneri sul debito alla “placca nelle arterie che restringe il flusso sanguigno”.
I segnali d’allarme sono già visibili
Secondo Dalio, il mercato obbligazionario sta già mostrando i primi segnali di una crisi del debito: i rendimenti a lungo termine stanno aumentando più rapidamente di quelli a breve termine, il dollaro si sta indebolendo e i capitali si stanno spostando verso l’oro e altri asset alternativi.
L’aumento dei rendimenti a lungo termine esercita inoltre una pressione diretta sui mercati azionari, riducendo il premio di rendimento che storicamente le azioni hanno offerto rispetto alle obbligazioni.
Il risultato, sostiene Dalio, è un contesto di stagflazione che mette la Federal Reserve in una posizione estremamente difficile. Il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, che ha promesso indipendenza dalla Casa Bianca, potrebbe presto essere messo alla prova dai mercati obbligazionari.
“Il debito di qualcuno è l’attività finanziaria di qualcun altro”, ha spiegato. “Se il rendimento reale non è sufficientemente elevato, quelle obbligazioni non vengono apprezzate dagli investitori”.
Dalio ha inoltre tracciato un parallelo diretto con gli anni Trenta, descrivendo quello che gli economisti chiamano “repressione finanziaria”: una situazione in cui le banche centrali comprimono artificialmente i rendimenti attraverso acquisti di asset, accompagnati potenzialmente da maggiore inflazione e persino controlli sui movimenti di capitale.
“Penso che ci stiamo dirigendo esattamente verso qualcosa di simile”, ha dichiarato, pur senza arrivare a prevedere controlli sui capitali veri e propri. “Non sto dicendo che arriveremo fino a quel punto”.
L’intelligenza artificiale è una rivoluzione, ma anche una possibile bolla
Il fondatore di Bridgewater Associates ha riconosciuto il potenziale trasformativo dell’intelligenza artificiale, avvertendo però che l’entusiasmo degli investitori segue uno schema storico ben noto.
“Tutte le grandi rivoluzioni tecnologiche producono bolle speculative”, ha affermato. Secondo Dalio, la pressione competitiva spinge le aziende a investire somme enormi senza avere una chiara visione del punto di arrivo, mentre gli investitori tendono a confondere il valore della tecnologia con quello delle azioni delle società che la sviluppano.
“Comprare le azioni significa scommettere sulla tecnologia, ma sono due cose diverse, perché le azioni possono essere troppo care”.
Dalio ha ricordato come un fenomeno analogo si verificò durante la crisi finanziaria del 1873, quando la mania delle ferrovie – l’equivalente dell’IA per quell’epoca – generò una combinazione di innovazione rivoluzionaria, allocazione inefficiente del capitale e instabilità finanziaria.
Secondo il finanziere, l’IA rischia inoltre di accentuare le disuguaglianze economiche: una piccola parte della popolazione potrebbe beneficiare enormemente della creazione di ricchezza generata dalla tecnologia, mentre la maggioranza potrebbe non vedere vantaggi comparabili.
Alla domanda se la cooperazione politica possa contribuire a ridurre questo divario, Dalio è stato netto: “Non sono ottimista sulla nostra capacità di lavorare insieme per risolvere alcuni di questi problemi”.
Il fattore geopolitico
Dalio, che ha recentemente trascorso un mese in Asia, inclusi dieci giorni in Cina, ha aggiunto una dimensione geopolitica che, a suo avviso, i mercati stanno sottovalutando.
Secondo diversi leader asiatici con cui ha parlato, gli Stati Uniti non sarebbero più in grado di proiettare in modo credibile la propria forza militare su più teatri contemporaneamente.
“È evidente che gli Stati Uniti non possono combattere una guerra”, ha dichiarato a Bloomberg, citando la scarsa disponibilità dell’opinione pubblica ad accettare costi economici e perdite umane. “Quel processo di contenimento della Cina è sostanzialmente terminato”.
Il principale punto critico individuato da Dalio è Taiwan. Secondo lui, Pechino potrebbe provocare un crollo dei mercati globali semplicemente annunciando un blocco delle esportazioni di semiconduttori.
“È completamente nelle possibilità del governo cinese dire: imponiamo un blocco e per una settimana non esce alcun chip”, ha affermato. “Tutti i titoli legati all’intelligenza artificiale, e non solo, crollerebbero”.
Le considerazioni di Dalio coincidono con quelle dello storico vincitore del Premio Pulitzer Liaquat Ahamed, secondo cui “la situazione attuale è spaventosa”. Lo scenario che più lo preoccupa è quello in cui un avversario geopolitico, in particolare la Cina, decida di utilizzare le proprie partecipazioni nel debito statunitense come arma in un momento di massima vulnerabilità fiscale degli Stati Uniti.
Già a febbraio, Dalio aveva affermato che il mondo si trovava “sull’orlo” di una guerra dei capitali, in cui il denaro stesso diventa un’arma geopolitica e banche centrali e fondi sovrani iniziano a trattare l’allocazione degli investimenti come uno strumento di politica statale.
Infine, Dalio ha indicato il periodo compreso tra le elezioni di medio termine del 2026 e le elezioni presidenziali del 2028 come una finestra particolarmente vulnerabile, nella quale le pressioni derivanti dal debito pubblico e l’intensificarsi del conflitto politico su tasse e spesa pubblica potrebbero convergere, aumentando significativamente il rischio di instabilità economica e finanziaria.
