Per assistere alla finale dei Mondiali 2026 da uno dei migliori settori del MetLife Stadium si possono spendere oltre 30mila dollari.
Una cifra che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile per la manifestazione sportiva più popolare del pianeta e che oggi alimenta un dibattito destinato ad andare oltre il calcio. Perché se la FIFA parla di semplici “prezzi di mercato”, un numero crescente di economisti sostiene che il vero tema sia un altro: il modo in cui quel mercato è stato progettato.
La questione è diventata particolarmente visibile negli Stati Uniti, dove la finale del 19 luglio rappresenterà il culmine di un torneo già entrato nella storia per dimensioni, ricavi e complessità organizzativa. Ma anche per il costo sostenuto dai tifosi.
Dalla Coppa del Mondo al lusso sportivo
I prezzi ufficiali dei biglietti per la finale partivano da 2.030 dollari e arrivavano a 6.730 dollari per i posti di categoria più alta. Poi è entrato in gioco il dynamic pricing, il sistema che adegua i prezzi in base alla domanda.
Nel giro di poche settimane alcuni biglietti hanno superato i 32mila dollari.
Per comprendere la portata del cambiamento basta guardare all’ultima edizione disputata in Qatar: nel 2022 il posto più costoso per la finale costava circa 1.600 dollari.
Secondo Football Supporters Europe, un tifoso intenzionato a seguire la propria nazionale dall’esordio fino all’ultima partita potrebbe spendere almeno 6.900 dollari soltanto in biglietti, senza considerare voli, hotel e trasporti.
Numeri che stanno progressivamente trasformando un evento tradizionalmente popolare in un’esperienza sempre più selettiva.
La difesa della FIFA
Di fronte alle critiche, il presidente della FIFA Gianni Infantino ha rivendicato la strategia adottata.
“Dobbiamo guardare al mercato”, ha dichiarato durante la Milken Conference. “Ci troviamo nel mercato dell’intrattenimento più sviluppato al mondo e dobbiamo applicare i prezzi di mercato”.
Una posizione comprensibile dal punto di vista economico. La domanda supera di gran lunga l’offerta e il torneo si svolge in un Paese abituato a prezzi molto elevati per grandi eventi sportivi, concerti e spettacoli dal vivo.
Ma secondo alcuni studiosi il problema non è la domanda. È il meccanismo che governa l’incontro tra domanda e offerta.
Il business della rivendita
Uno degli aspetti più discussi riguarda il mercato secondario.
Storicamente la FIFA aveva limitato fortemente la rivendita dei biglietti e imposto restrizioni sui prezzi. Per l’edizione 2026, invece, l’organizzazione ha adottato un approccio diverso negli Stati Uniti e in Canada, creando una piattaforma ufficiale di resale e applicando commissioni sia agli acquirenti sia ai venditori.
Il risultato è che ogni transazione genera una quota significativa di ricavi aggiuntivi.
Secondo Judd Kessler, professore di Business Economics alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, questo modello rischia di creare incentivi che spingono a mantenere elevati i prezzi anche sul mercato secondario.
“Quando hai un’offerta limitata e una domanda enorme, il mercato può generare prezzi molto, molto alti”, ha spiegato.
La questione, però, non riguarda soltanto il calcio.
Lo stesso dibattito coinvolge ormai concerti, eventi culturali e grandi manifestazioni sportive in tutto il mondo. Sempre più spesso il prezzo finale pagato dal consumatore non è determinato esclusivamente dal valore dell’evento, ma anche dalla struttura delle piattaforme attraverso cui i biglietti vengono distribuiti e rivenduti.
Il sospetto degli economisti
A rendere il dibattito ancora più acceso è stato un episodio avvenuto a fine maggio.
Decine di migliaia di biglietti sono improvvisamente scomparsi dal portale ufficiale FIFA per poi riapparire su piattaforme di vendita secondaria a prezzi inferiori rispetto a quelli presenti sul sito dell’organizzazione.
Alcuni economisti hanno ipotizzato che parte dell’inventario possa essere stata reindirizzata verso questi canali per favorire la vendita dei posti rimasti disponibili senza modificare ufficialmente il listino prezzi.
La FIFA non ha commentato pubblicamente queste ricostruzioni, mentre le piattaforme coinvolte hanno negato accordi di distribuzione.
Resta però un interrogativo che ha attirato l’attenzione delle autorità americane e alimentato richieste di maggiore trasparenza.
Quando il mercato diventa una questione politica
La prova più evidente di quanto il tema sia diventato sensibile è arrivata da New York.
Lo Stato ha deciso di investire 6 milioni di dollari per organizzare una visione gratuita della finale a Central Park destinata a 50mila persone. Parallelamente, il sindaco Zohran Mamdani ha ottenuto dalla FIFA mille biglietti a prezzo calmierato da destinare ai cittadini tramite sorteggio.
Il messaggio politico è chiaro: se una parte crescente della popolazione non può permettersi di partecipare a uno degli eventi sportivi più importanti del mondo, il rischio è che il calcio perda una delle caratteristiche che ne hanno costruito il successo globale.
Una questione che riguarda tutto il settore dell’intrattenimento
Il caso dei Mondiali 2026 potrebbe rappresentare molto più di una controversia sui prezzi dei biglietti.
Per gli economisti coinvolti nel dibattito, il vero tema riguarda il funzionamento dei mercati digitali che oggi gestiscono l’accesso alle esperienze dal vivo. Chi controlla il mercato primario, quello della vendita iniziale, e contemporaneamente beneficia del mercato secondario, dispone infatti di strumenti molto più sofisticati per massimizzare i ricavi rispetto al passato.
Per questo la discussione sui Mondiali va ben oltre il calcio.
Riguarda il confine, sempre più sottile, tra la libera determinazione dei prezzi e la progettazione di sistemi capaci di estrarre valore in ogni fase dell’esperienza del consumatore. E riguarda una domanda che, prima o poi, investe qualsiasi settore dell’economia dell’intrattenimento: fino a che punto un evento può aumentare il proprio valore senza perdere il proprio pubblico?
L’articolo originale è stato pubblicato su Fortune.com
