Vetro di Murano e logiche di progetto: la rinascita di una designer del gioiello tra tradizione e contemporaneo. Il commento di Olimpia Aveta

Olimpia Aveta

Novantotto grammi. È quanto pesa una collana in vetro soffiato firmata Olimpia Aveta, contro un peso che, nelle stesse dimensioni in vetro pieno, la renderebbe semplicemente inindossabile. Da questo dettaglio – apparentemente tecnico – parte una storia che racconta come il mercato degli oggetti di design viva oggi una saturazione che mette in difficoltà chiunque cerchi riconoscibilità. Linee di gioielli, accessori, prodotti personalizzati: si moltiplicano di continuo, spinte anche dai social e dalla logica dell’influencer che lancia il proprio brand, mentre la distinzione tra produzione in serie e manifattura artigianale si fa sempre più sottile.

Il design industriale nasce storicamente come progettazione di oggetti fabbricati in serie e oggi si estende a settori molto diversi, dall’elettronica al packaging, con crescente attenzione a sostenibilità e user experience. Il confine, ormai, è poroso. Il design contemporaneo valorizza personalizzazione, filiera corta, saperi locali e tecniche digitali, mentre l’artigianato adotta logiche di progetto, mercato e scalabilità .

Esattamente su questa frontiera si colloca il percorso di Olimpia Aveta, designer di gioielli formatasi all’Istituto Europeo di Design di Milano e oggi produttrice di gioielli in vetro di Murano con il brand Olimpia Aveta Design. La sua scelta professionale ribalta lo schema classico. «Io ho preso un’arte antica come quella del vetro di Murano, ma l’ho razionata in termini da designer», sintetizza. La frase racconta un’operazione che non riguarda solo il prodotto, ma il metodo: applicare a un mestiere artigiano le categorie della progettazione, dalla funzionalità alla replicabilità controllata.

Radici storiche precise, quelle che separano le due figure. Il design industriale è una disciplina che unisce creatività, tecnologia, ergonomia, funzionalità e ripetibilità produttiva, intesa come progettazione di prodotti destinati alla fabbricazione in serie. Per anni il rapporto tra designer e artigiano è rimasto gerarchico, con l’artigiano impiegato come strumento esecutivo della visione progettuale. Olimpia Aveta ammette di aver attraversato quel modello prima di superarlo. “Nasco designer e divento artigiana”, rivendica. L’inversione è il cuore del suo posizionamento: invece di progettare e delegare, la designer esegue personalmente l’intero ciclo, dal progetto alla lavorazione al cannello.

Non è stato un percorso lineare. Dopo undici anni nell’alta gioielleria come assistente alla direzione commerciale e come designer freelance per molte aziende produttrici di gioielleria, il trasferimento da Milano a Udine e la nascita della figlia, Olimpia Aveta ha vissuto una fase di allontanamento dal settore. La scoperta della lavorazione del vetro a Murano – cercata all’inizio come semplice pausa dal lavoro al computer, percepito come alienante rispetto alla sua formazione analogica – si è trasformata in una svolta di metodo. “È stato un tornare indietro e andare avanti nello stesso tempo”, racconta. Indietro verso il fare manuale, avanti verso una rilettura contemporanea di una tradizione percepita come datata.

Anche le scelte tecniche obbediscono alla logica del progetto. Il passaggio dal vetro pieno al vetro soffiato risponde a un criterio di portabilità, e la replicabilità resta un riferimento, ma in forma artigianale: le linee vengono riprodotte a mano, non industrialmente. Una parte minima della produzione mantiene la stampa 3D, con anelli in nylon sinterizzato a laser progettati per accogliere una componente in vetro.

Prossimità. È la parola che guida la filiera, coerente con le tendenze di settore. La valorizzazione di risorse e maestranze del luogo, la cosiddetta logica del prodotto-territorio, viene letta come risposta contemporanea e competitiva alla globalizzazione, non come eredità nostalgica. Olimpia Aveta utilizza esclusivamente vetro di Murano, pur sapendo che alternative dall’estero offrirebbero più colori, e affida la stampa 3D a un service vicino a Venezia anziché all’estero. Alcune componenti, come le perle in seta lavorate da un gruppo di donne vietnamite tramite un importatore italiano, rientrano in una scelta di sostenibilità sociale.

Intitolare il brand al proprio nome, includendo la parola design, traduce sul piano comunicativo l’intero posizionamento. «Ci ho tenuto anche a mettere il design, perché secondo me è esattamente quello che contraddistingue», precisa. La parola serve a rimarcare la commistione di design e artigianato. Il design 4.0 è definito come l’incontro tra creatività, fare artigianale, rivoluzione digitale e rete, con flessibilità e personalizzazione dei prodotti come risposta alle richieste del mercato. Il caso descritto si muove in questa direzione.

Tre assi documentati reggono le prospettive del comparto: personalizzazione, identità territoriale e sostenibilità attraverso eco-design ed economia circolare. Per misurarne l’impatto in termini di export, fatturato e occupazione servirebbero fonti statistiche dedicate, oggi non disponibili per il segmento del vetro artistico. Sul piano strategico, la costruzione di una nicchia premium fondata su autenticità e manifattura appare coerente con l’evoluzione del settore, in cui la riconoscibilità geografica e le maestranze locali diventano fattori di differenziazione contro la pressione della produzione globale.

Poste Italiane Dic 25

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