Nelle ultime settimane alcuni titani di Wall Street hanno cominciato a sostenere che una recessione potrebbe essere imminente e a sostegno di questa ipotesi hanno indicato alcune spie rosse che si sono accese nei dati finanziari. Non tutti, però, hanno una visione così cupa delle prospettive economiche statunitensi.
C’è un serio dibattito sul futuro dell’economia e gli esperti, dell’una e dell’altra opinione, mostrano prove molto forti a sostegno delle proprie affermazioni.
Miliardari come Carl Icahn, Bill Gross e Jeff Gundlach ritengono che la stagflazione, una recessione o “anche peggio” siano ipotesi concrete mentre la Federal reserve tenta di raffreddare l’inflazione con aumenti dei tassi di interesse. Ma alcuni importanti economisti e leader di banche d’investimento non sono d’accordo.
Lisa Shalett, Chief investment officer della divisione Wealth Management di Morgan Stanley, in un rapporto pubblicato la scorsa settimana, ha spiegato di essere “lontana dal parlare di una recessione negli Stati Uniti”. Ha citato i 2 trilioni di dollari di risparmi in eccesso delle famiglie statunitensi e la possibilità di indipendenza energetica come fattori chiave della sua convinzione che ci sarà un trend di miglioramento.
Anche Nikolaj Schmidt, chief international economist di T.Rowe Price, è tutt’altro che convinto che una recessione sia alle viste. In un rapporto del 9 marzo, ha affermato che la domanda repressa e il lento ripristino delle catene di approvvigionamento globali aiuteranno a sostenere l’economia con la fine delle restrizioni pandemiche. Tuttavia, non c’è dubbio che le aspettative di crescita dell’economia statunitense abbiano subito un duro colpo nelle ultime settimane e che alcuni spie rosse indicative di una recessione stiano lampeggiando.
Ecco le principali fonti di preoccupazione.
Segnali d’allarme
In primo luogo c’è il segnale di recessione preferito del mercato obbligazionario: la curva dei rendimenti. Si tratta della differenza (o ‘spread’) tra i rendimenti dei titoli di Stato a breve e a lungo termine. Una curva dei rendimenti invertita, con obbligazioni a breve termine che rendono più di quelle a lungo termine, ha preceduto ogni recessione dal 1955, con una sola eccezione. Mercoledì, lo spread tra i rendimenti a 2 e 10 anni dei titoli di Stato statunitensi è sceso ad appena lo 0,2%. Questa è una spia rossa lampeggiante.
L’unica volta in cui la curva dei rendimenti non ha predetto una recessione non è comunque un precedente incoraggiante: è successo a metà degli anni ’60, quando invece coincise con una ‘grande inflazione’, che è durata fino ai primi anni ’80 e viene spesso paragonata all’aumento registrato negli ultimi mesi. George Ball, presidente della società di servizi finanziari Sanders Morris Harris, ha dichiarato a Yahoo Finance che “l’appiattimento della curva dei rendimenti sta spaventando la maggior parte degli investitori e dei trader”.
Il sentiment dei consumatori è un altro segnale di recessione comune utilizzato da Wall Street, ed è stato pessimo a partire dalla metà del 2021.
A febbraio, il sondaggio effettuato dall’Università del Michigan sui consumatori, ha visto un calo del 19,7% su base annua, il livello peggiore in un decennio. In gran parte attribuito all’indebolimento delle prospettive finanziarie personali causate dall’aumento dell’inflazione, questo calo ha stimolato una serie di analisi economiche sul motivo per cui gli americani mostravano un sentiment negativo così forte nei confronti di un’economia che invece sembrava essere in piena espansione.
Anche le piccole imprese mancano di fiducia. L’indice della National federation of independent business (Nfib) è diminuito di 1,4 punti fino a 95,7 a febbraio, per il secondo mese consecutivo sotto la media di 98 degli ultimi 48 anni.
Non solo spie rosse
Tuttavia, non tutti i segnali indicano che è in arrivo un disastro economico.
La produzione industriale è un indicatore chiave utilizzato dagli economisti per determinare se è in arrivo una recessione. E a febbraio, la produzione industriale totale negli Stati Uniti è aumentata dello 0,5%.
Anche l’indice dei gestori degli acquisti (Pmi), che riflette il sentiment tra i buyer nel settore delle imprese manifatturiere e di costruzione, rimane forte. Il dato è arrivato a 57,3 il mese scorso, oltre il 6% in più rispetto alla media degli Stati Uniti nell’ultimo decennio.
Anche l’indice di incertezza della politica economica statunitense, che misura le preoccupazioni relative appunto alle politiche, è sceso a 139 a febbraio, in calo rispetto agli oltre 200 di dicembre 2021, indicando che i timori relativi a un intoppo nelle politiche della Federal reserve o dell’amministrazione Biden stanno svanendo.
Grande inflazione 2.0?
Nonostante la ridotta incertezza politica, c’è una grande quantità di dati che non ispirano esattamente fiducia nell’economia statunitense e preoccupano gli economisti che temono di rivedere problemi non si verificano dagli anni ’70: una riedizione della ‘grande inflazione’ o una nuova versione di ‘stagflazione’.
In primo luogo, la crescita è più moderata e le aspettative sul prodotto interno lordo sono in calo. Fitch ha tagliato le sue previsioni sul Pil degli Stati Uniti dello 0,2% lunedì e ora prevede una crescita di appena il 3,5% quest’anno. Anche il National activity index (Cfnai) della Fed di Chicago, che fa da indicatore mensile dell’attività economica complessiva, è sceso del 13% mese su mese a febbraio, indicando un leggero calo della crescita economica.
L’inflazione è un’altra delle principali preoccupazioni di molti economisti e analisti di Wall Street. Il tasso di inflazione statunitense ha toccato il massimo degli ultimi quattro decenni a febbraio, spingendo la Federal reserve ad aumentare i tassi di interesse e impegnarsi a ulteriori aumenti durante l’anno nel tentativo di combattere l’aumento dei prezzi al consumo.
I dati sull’inflazione di febbraio non includono nemmeno gli effetti della recente crisi del petrolio causata dall’invasione russa dell’Ucraina. I prezzi sono saliti a 139,13 dollari al barile all’inizio di marzo dopo che gli Stati Uniti hanno vietato le importazioni dalla Russia.
Sebbene i prezzi siano poi scesi al di sotto di 100 dollari al barile dopo il balzo iniziale, ora stanno aumentando di nuovo. Il Brent, il benchmark internazionale, è aumentato di circa il 5% mercoledì a oltre 121 dollari al barile. L’inflazione elevata e la crisi petrolifera internazionale richiamano alla mente i ricordi della ‘Me decade’ degli anni ‘70 per coloro che sono abbastanza grandi da ricordare.
Tuttavia, nonostante il recente balzo, Andrew Sheets, cross-asset strategist di Morgan Stanley, ha affermato che il prezzo del petrolio al barile, adeguato all’inflazione, rimane ben al di sotto dei livelli visti negli anni ’70 e ’80.
L’articolo originale è su Fortune.com
