Sulle porte gli ideogrammi cinesi, le lezioni in mandarino. In Kenya il governo di Pechino ha destinato oltre 5,6 milioni di dollari realizzando da zero un centro di ricerca. In cambio, come succede da diversi anni, ottiene il via libera ai grossi appalti infrastrutturali che stanno cambiando profondamente il tessuto economico e industriale di questa parte di mondo.
Come l’alta velocità ferroviaria che collega Nairobi a Mombasa, il principale porto d’interscambio di questa parte di mondo, la piattaforma di transito delle merci cinesi che partono dal centro logistico di Yiwu ad un centinaio di chilometri da Shanghai. Lo stesso succede con i minerali critici, di cui l’Africa subsahariana è uno dei più grandi possessori. La Cina ha strappato da anni concessioni a lungo termine per l’estrazione di terre rare, fondamentali per la transizione all’elettrico. E per questo da tempo si è convertita nel primo fornitore di materie prime critiche in Europa (44% del totale) e principale esportatore nell’Ue di terre rare (98%). Cifre che ne fanno il monopolista livello mondiale (66%).
Benvenuti nel nuovo soft power cinese. Che ora si arricchisce di un nuovo capitolo. Il presidente (a vita) Xi Jinping ha appena deciso di togliere le tariffe in ingresso alle merci di 53 Paesi africani. Mentre Donald Trump negozia per mettere i dazi all’import di prodotti negli Stati Uniti, la Cina va esattamente in direzione opposta. Comportando lo slittamento ormai definitivo del Continente africano sotto la sfera di influenza cinese.
Non è dato di poco conto, considerando la centralità di una parte di mondo a cui è ispirato anche il piano Mattei del governo Meloni. È evidente come l’Italia voglia trasformarsi in una piattaforma per l’area mediterranea, gestendo ove possibile anche i flussi migratori.
Ma i contratti di commercializzazione (e di estrazione) di terre rare servirebbero anche all’Europa, che non ha un’autonomia strategica. Nel 2024 non è un caso che la Cina sia stata il maggior partner commerciale dell’Africa. E questo primato viene confermato da 16 anni consecutivi. Il commercio cinese con i Paesi africani ha raggiunto un livello record nei primi cinque mesi del 2025, aumentando del 12,4% su base annua e raggiungendo i 963,21 miliardi di yuan.
In aggiunta la Cina è diventata il principale creditore bilaterale di molti paesi africani, prima marginalizzati dalle tradizionali istituzioni internazionali, rileva una recente analisi dell’Ispi. Molti però hanno avuto difficoltà a ripagare i debiti contratti con la Cina: questo ha portato a critiche verso Pechino, accusata di spingere i Paesi africani verso livelli di debito insostenibili per rafforzare la sua leva politica ed economica, e alla frustrazione cinese per i problemi nel riscuotere i crediti dati.
Tra il 2000 e il 2023, i finanziatori cinesi hanno erogato 1.306 prestiti per un totale di 182,28 miliardi di dollari a 49 paesi africani e sette prestatari regionali. I fondi sono stati destinati principalmente al settore energetico, dei trasporti, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e finanziario.
Nel 2023 si sono aggiunti 13 nuovi impegni per un valore di 4,61 miliardi di dollari a otto paesi africani e due istituzioni finanziarie regionali. Il volume di prestiti più elevato dal 2019, seppur ben al di sotto dei primi anni della Belt and Road Initiative (BRI), quando gli impegni annuali superavano i 10 miliardi di dollari. Cifra a cui, secondo le proiezioni di Nikkei, si dovrebbe tornare nei prossimi 3 anni. I cinque principali destinatari di prestiti cinesi tra il 2000 e il 2023 sono stati Angola, Etiopia, Egitto, Nigeria e Kenya.
