Un mercato del lavoro stagnante spinge i lavoratori a tenersi stretti i propri impieghi, anche se la crescente incertezza alimenta malcontento e timori, avvertono i consulenti. Ma questo atteggiamento di “job hugging” potrebbe essere solo temporaneo: molti dipendenti sono pronti a fuggire non appena le condizioni miglioreranno.
Durante la “Grande Resignation” seguita alla pandemia, 47 milioni di persone lasciarono il lavoro nel 2021 e altri 50 milioni nel 2022, in cerca di flessibilità e stipendi più alti. Nel 2023, con le offerte e il turnover tornati ai livelli pre-Covid, l’esodo di massa si trasformò nella “Great Stay”.
Oggi, l’incertezza legata ai dazi che frena i piani di crescita delle aziende, il rallentamento dei finanziamenti del private equity e l’avanzata dell’AI che alimenta il timore di sostituzione spingono i lavoratori a restare, ma con ansia crescente. Secondo Korn Ferry, molti temono che, se si licenziassero, non troverebbero alternative. Così restano “aggrappati al posto di lavoro come alla vita”.
“Con tutta l’attività post-Covid e i licenziamenti continui, la gente aspetta, resta seduta al proprio posto e spera in maggiore stabilità”, ha spiegato a Fortune Stacy DeCesaro, managing consultant di Korn Ferry.
Dall’ultimo trimestre 2024, l’Employee Retention Index di Eagle Hill Consulting segnala un aumento dell’intenzione dei dipendenti di restare almeno sei mesi nell’attuale impiego. In parallelo, il Market Opportunity Indicator della società è sceso di 4,4 punti, segnalando un netto calo della percezione di opportunità esterne. A luglio le buste paga negli USA sono cresciute solo di 73.000 unità, con una media di appena 35.000 negli ultimi tre mesi.
“Nessuno vuole andarsene, a meno che non sia davvero infelice o si senta del tutto destabilizzato dall’azienda”, ha aggiunto DeCesaro.
Frustrazione crescente
Il fatto che più dipendenti restino non significa che siano soddisfatti. Un report di Glassdoor del novembre 2024 mostra che il 65% si sente “bloccato” nella propria posizione, percentuale che sale al 73% nel settore tech. Per molti, l’assenza di alternative ha portato a una sorta di claustrofobia professionale.
“Non è un caso che trend come il ‘quiet quitting’ risuonino adesso”, ha scritto nel report Daniel Zhao, capo economista di Glassdoor. “Quando i lavoratori si sentono bloccati, il risentimento si accumula e cresce il disimpegno”.
A peggiorare il quadro, molti affrontano continui cambi di leadership aziendale, che acuiscono il senso di disconnessione. Alcuni clienti di DeCesaro hanno riferito di aver lavorato sotto tre diversi presidenti in appena 18 mesi.
L’articolo completo è su Fortune.com

