Davide e Valentina Abbona guidano la storica cantina Marchesi di Barolo nel segno della tradizione, del territorio e della modernità.
A Marchesi di Barolo, la tradizione non è un altare immobile: è un punto di appoggio da cui ripartire ogni giorno. Davide e Valentina Abbona, fratelli con sei anni di differenza e un’energia complementare, lo sanno bene. Sesta generazione della famiglia, oggi sono loro alla guida di questa storica cantina acquistata nel 1929 – che attualmente gestisce 115 ettari di proprietà per 1 milione e 300mila bottiglie – proseguendo con impegno e passione l’attività che i Marchesi Falletti avevano iniziato agli albori dell’Ottocento.
“Davide è responsabile della parte agronomica e della produzione, io mi occupo invece degli aspetti commerciali, del marketing e dell’ospitalità”, spiega Valentina. “Facciamo cose diverse, ma prendiamo decisioni insieme. E dietro ci sono sempre i nostri genitori, papà più sabaudo, mamma più esuberante, è stata lei ad anticipare i tempi e ad aprire la cantina ai visitatori già negli anni ’80. È una combo di personalità che ha permesso una bella crescita”. Il loro mantra, raccontano, è semplice: trovare l’equilibrio tra due spinte, tradizione e innovazione.
“I miei genitori avevano tolto una vigna di Nebbiolo per piantare la Barbera, e introdotto le barrique affiancandole alle grandi botti di rovere di Slavonia”, ricorda Davide. “Non erano scelte ideologiche, ma pragmatiche: ogni generazione affronta sfide diverse”.
Oggi, i fratelli Abbona portano avanti quello stesso spirito. “Non cancelliamo il passato e non neghiamo tecnologie o lavorazioni che possono portare a risultati migliori. Il punto è rendere l’azienda moderna senza snaturare il territorio. Papà lo ripete sempre: gli strumenti valgono, ma è l’uomo che fa la differenza. Sta a noi essere il ‘contemporaneo giusto’”. A Marchesi di Barolo, questo significa saper leggere i tempi, i climi, i mercati. “Siamo qui grazie a una tradizione radicata, e abbiamo il dovere di farci conoscere per le caratteristiche del nostro territorio”.
Tra le innovazioni c’è l’uscita del Perno, primo Barolo da un singolo vigneto nel comune di Monforte d’Alba, una novità importante per una cantina storicamente ancorata al comune di Barolo. E poi c’è il Sauvignon La Volta, il primo bianco affinato in legno: un vino dal carattere distintivo, sapido e minerale, che si affianca con naturalezza ai rossi della collezione. “Il Piemonte è una terra di monovarietali: anche quando abbiamo tentato strade più futuristiche, alla fine siamo tornati alle tradizioni forti”, sottolinea Davide. E Valentina ribatte: “Siamo un’azienda fatta di sfumature, non di bianco e nero. Il nostro mestiere non è seguire ideologie, ma custodire e valorizzare il territorio”.
Il mercato, oggi, chiede la capacità di interpretazione: “Sono appena tornata da New York e ho percepito molta preoccupazione per il pubblico giovane”, continua. “Ma se ci presentiamo nel modo giusto, lo spazio c’è. Si producono 14 milioni di bottiglie di Barolo: ci saranno sempre consumatori, ma dobbiamo stimolarli”.
Come? Con vini capaci di parlare subito, non tra un decennio. “Fare Barolo che a cinque o sei anni dalla vendemmia siano già piacevoli è una grande responsabilità”, evidenzia. “Diamo l’opportunità di riscoprire la denominazione e il territorio attraverso espressioni diverse: pensiamo al Coste di Rose, da suolo più sabbioso, fresco e perfetto anche su piatti più leggeri”.
E anche la comunicazione gioca un ruolo. “Sui social siamo molto diretti e autentici. Raccontiamo con leggerezza temi che erano percepiti come polverosi e il pubblico ci sente vicini e coglie il nostro senso del dovere”.
Per Valentina, lavorare da Marchesi di Barolo non era un destino scritto. “Ho studiato economia a Milano”, confessa. “Poi è stato Davide a farmi riscoprire quello che avevamo a casa. Gli devo molto: la sua passione e la sua determinazione hanno cambiato il mio percorso”. Davide sorride: “Credo profondamente nel legame con la terra. Mi sono innamorato del lavoro prima ancora di iniziare la Scuola Enologica di Alba e poi di studiare Lingue”.
Marchesi di Barolo oggi abbraccia una sostenibilità ragionata. “Non vogliamo definirci biologici né convenzionali”, chiarisce. “Ogni annata richiede strumenti diversi. In Piemonte non sempre è possibile essere 100% bio: la sfida è l’equilibrio”.
L’azienda ha ottenuto la certificazione SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale di produzione Integrata) e sta passando a bottiglie più leggere. “Meno trattamenti significano meno passaggi in vigneto, meno compressione del suolo, meno CO2. Abbiamo capannine meteo per intervenire solo quando serve. È sostenibilità reale, non narrativa”.
L’Italia resta il mercato più importante (40-45%), ma l’estero (55–60%) — è in forte crescita: “Siamo in più di 60 mercati diversi”, spiegano. “Con 30 espressioni di vino e poche varietà – Nebbiolo, Barbera, Dolcetto, Moscato, Sauvignon, Arneis – possiamo adattare il portfolio a ogni situazione. L’ascolto è fondamentale”.
E quando si parla di Nebbiolo, l’offerta raggiunge la sua massima espressione: “Abbiamo 14 referenze diverse”, confermano. “Alla cieca sembrano 14 vini differenti. È la forza del nostro territorio: se rispettato, regala sfumature infinite”.
E quali sono le bottiglie preferite dei due fratelli? Davide è “molto affezionato al Barolo Sarmassa e al Barbaresco Rio Sordo di Cascina Bruciata (l’altra azienda di proprietà acquisita nel 2016, ndr). È il mio gioiellino, che nasce da un anfiteatro di vigne sul fiume Tanaro: un concentrato di eleganza e balsamicità. Una voce nel coro, non un solista”. Il Barolo Riserva è invece il prediletto di Valentina: “È un assemblaggio di vigneti diversi: un’espressione corale e armonica. È il mio ‘posto sicuro’”.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)
