Perché il Board della pace è un’opportunità per l’Italia

board of peace trump

Tra le polemiche di questi giorni ce n’è una particolarmente esemplare: l’Italia, secondo taluni osservatori, non dovrebbe partecipare alla cerimonia inaugurale del Board of peace che si terrà giovedì a Washington. L’opposizione invoca il passo indietro. Ora, non si capisce bene perché il nostro Paese dovrebbe rifiutare l’invito rivolto dal presidente Usa Donald Trump. Anzi, le ragioni per esserci sembrano più d’una. Sin dal principio, per voce del premier Giorgia Meloni, l’Italia ha chiarito il perimetro di una possibile partecipazione, da “osservatore” e non da membro, per questioni di carattere costituzionale (segnatamente, emerge l’incompatibilità con l’articolo 11 della Costituzione laddove si prevede la possibilità di far parte di organizzazioni internazionali “in condizioni di parità con gli altri stati”).

Il Board of Peace è l’organizzazione, ideata da Trump e approvata con una risoluzione dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, incaricata di supervisionare il percorso di pace per Gaza. Trump ne ha formalizzato la nascita inviando lettere di invito a sessantadue leader mondiali ma meno della metà vi hanno aderito. Tra chi sarà a Washington in qualità di membro, figurano le monarchie del Golfo, stati ex sovietici come la Bielorussia, la Turchia e l’Argentina. Unici europei Ungheria e Bulgaria.

Nel comitato consultivo del Board ci sono Tony Blair, Jared Kushner, Marco Rubio e Steve Witkoff. Insomma, è un’iniziativa di marca americana, e, secondo taluni, questo dovrebbe dissuadere l’Italia dall’esserci, seppure nella forma attenuata di “osservatore”. Viene da domandarsi però quale sia l’idea di politica estera di chi esorta il governo a rompere con l’America di Trump, o almeno a marcare una distanza dal tradizionale alleato d’oltreoceano. Al Board, dopodomani, parteciperà anche la Commissione europea, e pure la Grecia e la Romania saranno presenti in qualità di “osservatori”. La Francia ha rifiutato l’invito, e si è beccata la vendetta dei dazi al 200 percento su vini e champagne. La Germania ha opposto ragioni di natura costituzionale.

La principale accusa che si muove alla neonata organizzazione è che sia una sorta di “mini Onu” privata a uso e consumo di Trump. Qualcosa di vero c’è: l’iniziativa trumpiana nasce dalla consapevolezza della paralisi onusiana. Nel Palazzo di Vetro di New York nulla si muove, a parte un’elefantiaca burocrazia ben pagata. Sulla crisi mediorientale, come sulla guerra in Ucraina, l’Onu non ha inciso in alcun modo. Il Consiglio di sicurezza è bloccato dal gioco dei veti incrociati, nell’Assemblea generale c’è un blocco di Paesi, del cosiddetto “Sud globale”, che guardano a Russia e Cina, e manifestano, a ogni occasione, posizioni antisemite.

L’idea di un club ristretto, con una maggiore coesione politica, capace di agire e di supervisionare il piano di pace a Gaza, è sembrata dettata piuttosto dall’urgenza del fare. Del resto, se a Gaza si è raggiunto un cessate il fuoco e si discutono le condizioni per il disarmo di Hamas, il merito è dell’attivismo trumpiano (e dei Paesi arabi che hanno collaborato).

Essere presenti al Bord che si riunirà a Washington rappresenta un’opportunità per l’Italia. Il nostro Paese, già presente a Gaza e protagonista di un vasto piano di sostegno alla popolazione palestinese (incluso l’addestramento della polizia gazawa e palestinese, e la presenza dei nostri carabinieri a Rafah), può giocare un ruolo rilevante nella fase di ricostruzione della Striscia, non si capisce per quale ragione dovrebbe tagliarsi fuori da questa partita, a parte l’atavico antiamericanismo che anima certi settori della società civile e politica.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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