“Vogliono dialogare e io ho accettato di farlo, quindi parlerò con loro”, parla così il presidente americano Donald Trump, in un’intervista all’Atlantic Magazine, nel secondo giorno dell’operazione “Epic Fury” contro il regime terroristico degli ayatollah iraniani. Trump evidenzia il successo militare, con “48 leader iraniani eliminati in un colpo solo”, si dice “non preoccupato” per i riverberi della chiusura dello stretto di Hormuz sul prezzo del petrolio, ma ciò che più rileva è la disponibilità manifestata al dialogo con la nuova leadership iraniana, in seguito all’eliminazione della Guida suprema Ali Khamenei. “Avrebbero dovuto farlo prima – scandisce Trump – Avrebbero dovuto dare prima qualcosa di molto pratico e facile da fare. Hanno aspettato troppo a lungo”.
Per l’Iran si prospetta uno scenario venezuelano: non il rovesciamento del regime e la via spianata verso la democrazia, ma un’alterazione del regime preesistente per favorire l’ascesa di un’amministrazione più dialogante e disponibile con Washington. Non c’è dunque l’ambizione del “regime change”, come nell’Iraq del 2003, ma un piano più limitato e focalizzato. L’operazione contro il regime iraniano, condotta in perfetto coordinamento con le Forze armate israeliane (che, per bocca del primo ministro israeliano Netanyahu, l’hanno ribattezzata “Il ruggito del leone), non prevede l’invasione terrestre né l’occupazione. La National Security Strategy dell’amministrazione Trump, pubblicata nel 2025, esclude l’impiego di forze di terra su larga scala, salvo operazioni speciali, impone tempi brevi e non promette di esportare la democrazia. La “regime alteration”, prendendo in prestito l’espressione coniata dallo storico britannico Niall Ferguson, non prevede alcuna marcia su Teheran ma la decapitazione della leadership attuale per lasciare che siano gli iraniani “a prendersi la libertà”. Trump ha persino offerto immunità ai membri delle Guardie rivoluzionarie e delle forze di sicurezza che depongano le armi. L’obiettivo è creare una frattura interna alla gerarchia piuttosto che imporre un ordine dall’esterno.
Il nuovo pattern della politica estera americana potrebbe sopravvivere ben oltre l’amministrazione Trump. Preso atto della scarsità di risorse (militari e non solo), gli Usa non intendono più ritrovarsi invischiati contemporaneamente su molteplici fronti, da qui la richiesta all’Europa di rendersi più autonoma nel campo della difesa. L’avversario strategico di Washington resta la Cina. L’altra caratteristica di questa nuova versione degli Usa sul palcoscenico mondiale riguarda la sostanziale indifferenza per gli organismi internazionali e, più in generale, per il multilateralismo. Ne segue la volontà di condurre negoziati diretti – e non mediati – con l’Iran sul programma nucleare (falliti definitivamente a Ginevra), lo scarso riconoscimento del ruolo dell’Unione europea (per Trump gli interlocutori restano gli Stati nazionali e non la presidente della Commissione Ue, ritenuta una sorta di super burocrate non eletta da nessuno), il superamento dei tradizionali canoni di legittimità internazionale. Usa e Israele, come nella guerra dei dodici giorni nel giugno 2025, attaccano Teheran, dopo una soffiata preziosissima della Cia per colpire Ali Khamenei, senza passare da alcun organismo sovranazionale. Del resto, nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite Russia e Cina, alleati di Teheran, hanno potere di veto.
Dall’operazione contro l’Iran uscirà il volto di un nuovo Medio oriente. Dove Giordania, Emirati arabi uniti e Arabia Saudita si consolidano come alleati dell’Occidente contro il regime sciita che nel corso degli anni ha supportato le attività terroristiche di Hamas a Gaza, di Hezbollah in Libano e degli Houthi in Yemen. La normalizzazione dei rapporti con Israele è ormai un dato di fatto. La decapitazione di Ali Khamenei è anche la vendetta contro il grande burattinaio della tragedia antisemita del 7 ottobre 2023. I vicini arabi sono e restano i più contrari alle ambizioni nucleari di Teheran. Del resto, l’attuale leadership iraniana ha pubblicamente confermato, anche negli scorsi giorni, la volontà di proseguire nell’arricchimento dell’uranio e non ha mai rinnegato l’intenzione di eliminare l’“entità sionista”, cioè lo stato di Israele e il popolo ebraico. Per queste ragioni, l’operazione “Epic Fury”, oltre ad essere un successo sul piano tecnico-operativo, persegue obiettivi politici che vanno ben oltre i confini dell’antica Persia. Si può supporre che i nuovi governanti baratteranno la loro sopravvivenza con alcune concessioni, a partire dall’accesso delle aziende americane alle fonti energetiche del Paese. Sarà necessario organizzare un nuovo sistema statuale che, anche attraverso elezioni democratiche, dia seguito alle istanze manifestate da studenti e commercianti che hanno perso la vita nelle strade di Teheran, nel corso delle proteste dilagate in tutto il Paese e represse brutalmente nel sangue. I diritti delle donne, maggiori spazi di libertà politica e sociale sono tutti ingredienti di un nuovo Iran. Ci vorrà tempo ma, grazie all’intervento di americani e israeliani, non è più un sogno impossibile.

