Mentre il conflitto in Iran continua a tenere il mondo con il fiato sospeso, Pejman Abdolmohammadi, docente di Relazioni Internazionali del Medio Oriente all’Università di Trento e visiting scholar al Centro per gli Studi sul Medio Oriente dell’Università di Berkeley, offre una chiave di lettura approfondita e originale in merito alla percezione della società iraniana sull’intervento esterno degli Usa e di Israele, la nomina controversa di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema e le possibili evoluzioni politiche e militari della regione. L’esperto, in quest’intervista, analizza cause, dinamiche e scenari futuri di una crisi che ridisegnerà gli equilibri del Medio Oriente.
Professore, l’intervento di Usa e Israele sta facendo discutere molto in Occidente. Qual è la visione della società iraniana in merito? Lo sostengono o no?
La nostra prospettiva eurocentrica spesso ci porta a interpretare la situazione in modo diverso da come la vede la maggior parte degli iraniani. Per molti di loro, l’intervento esterno è percepito come un aiuto nella lotta per liberarsi dal regime, quindi come una vera e propria guerra di liberazione e non come un’invasione. Dopo il massacro di oltre 40.000 persone di inizio anno, la popolazione ha chiesto sostegno internazionale, in particolar modo agli Stati Uniti. È vero che oggi vivono sotto le bombe, ma dalle testimonianze che riusciamo a raccogliere risulta che molti iraniani accolgono positivamente questo intervento. In Europa, invece, è più difficile comprendere questa prospettiva, anche a causa di una parte della sinistra ideologica che si schiera sistematicamente contro gli Usa, indipendentemente dal contesto.
Quali sono oggi le principali caratteristiche sociologiche della società iraniana – peso delle giovani generazioni, religione, ruolo delle donne – e in che modo possono influenzare la percezione della guerra?
Sono tutti elementi che incidono profondamente. Si tratta di fattori che alimentano quella che molti osservatori descrivono come una vera e propria mobilitazione nazionale. L’Iran è una società estremamente variegata dal punto di vista culturale, generazionale e sociale, e questa pluralità potrebbe rappresentare una risorsa importante in prospettiva futura, soprattutto nel caso in cui il Paese dovesse intraprendere un percorso di democratizzazione.
Allo stesso tempo, sul piano internazionale molti iraniani percepiscono una forte assenza di sostegno diplomatico. Infatti, la comunità internazionale – e in particolare l’Onu – non è intervenuta nei momenti più drammatici della repressione interna. Per questo motivo, la situazione viene spesso descritta come una sorta di partita a scacchi ad altissimo livello tra il regime e una parte significativa della società iraniana.
La nomina di Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei, come nuova Guida Suprema rappresenta una scelta controversa e già giudicata “inaccettabile” dagli Usa.
Era un predestinato ed era stato già designato dal padre per sostituirlo. Rispetto ad Ali Khamenei è più intransigente e maggiormente orientato verso posizioni conservatrici. Il suo profilo è inoltre associato a legami stretti con i pasdaran, un elemento che rafforza il peso dell’apparato militare e di sicurezza all’interno della struttura del potere iraniano. A questo si aggiunge la dimensione internazionale: Mojtaba Khamenei avrebbe consolidato negli anni relazioni rilevanti anche con la Cina, un aspetto che potrebbe influenzare gli equilibri geopolitici dell’Iran.
In questo quadro, la sua eventuale leadership sarebbe il segnale di un’ulteriore polarizzazione del sistema politico della Repubblica islamica. L’idea è che Teheran possa prepararsi a una fase di forte contrapposizione con l’Occidente, cercando allo stesso tempo di rafforzare la propria capacità di resistenza anche attraverso il sostegno di partner strategici come Pechino.
La strategia di colpire la leadership iraniana può realmente indebolire il sistema politico della Repubblica islamica o rischia di rafforzarlo?
Il contesto interno dell’Iran è cambiato profondamente negli ultimi anni. All’inizio dell’anno il regime ha represso le proteste con una violenza estrema, con un massacro che molti osservatori hanno paragonato per brutalità a repressioni di tipo totalitario. Questo evento ha segnato una frattura profonda tra una parte consistente della popolazione e il potere degli ayatollah.
In questo momento esiste una reale alternativa politica?
Un’alternativa politica potrebbe emergere solo attraverso una figura di garanzia capace di accompagnare una fase di transizione. In questa prospettiva viene spesso citato Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi.
L’idea non sarebbe necessariamente quella di un ritorno alla monarchia, ma piuttosto di individuare una figura riconoscibile che possa svolgere il ruolo di garante durante una fase di cambiamento istituzionale, contribuendo a tenere insieme le diverse componenti della società iraniana. In questa visione, Pahlavi potrebbe fungere da traghettatore in una fase di transizione politica.
L’obiettivo dichiarato da chi sostiene questa ipotesi sarebbe quello di arrivare alla costruzione di un sistema democratico e liberale, più vicino ai modelli occidentali. Il passaggio decisivo, in questo scenario, dovrebbe essere affidato alla volontà popolare: un referendum che permetta agli iraniani di scegliere tra diverse forme istituzionali, ad esempio tra una monarchia parlamentare e una repubblica democratica.
Le operazioni militari finora si sono concentrate su infrastrutture militari, missilistiche e petrolifere iraniane. Che tipo di guerra si sta delineando? Una campagna limitata o un conflitto destinato ad allargarsi?
Il conflitto non è destinato ad allargarsi. Le tensioni e i tentativi di escalation rientrerebbero soprattutto nella strategia della Repubblica islamica di esercitare pressione e destabilizzare l’equilibrio regionale. Tuttavia, l’insieme delle forze e degli interessi in campo rende poco probabile un’escalation su larga scala.
Ritiene realistica la possibilità di invio di truppe di terra da parte degli Usa e dei suoi alleati?
Non può essere esclusa del tutto, ma al momento non appare lo scenario più probabile. L’eventuale evoluzione della crisi sembra piuttosto orientata verso una dinamica interna all’Iran, in cui il fattore decisivo potrebbe essere rappresentato da forze iraniane che, con il sostegno di una parte della popolazione, tentino di innescare un cambiamento politico dall’interno. Tuttavia, lo scenario potrebbe cambiare se gli equilibri internazionali dovessero evolvere in modo diverso. Qualora potenze come Cina o una parte dei Paesi europei continuassero a sostenere la Repubblica islamica, non si potrebbe escludere del tutto un’ulteriore escalation. In quel caso, anche l’opzione di un intervento con “boots on the ground”, cioè con truppe dispiegate direttamente sul territorio, potrebbe tornare sul tavolo delle possibili strategie.
Quanto durerà la guerra?
Nessuno può rispondere con certezza, ma credo che non si andrà oltre le sei settimane.
L’Iran, nelle sue ritorsioni, ha colpito le infrastrutture logistiche e petrolifere delle monarchie del Golfo. Oltre agli impatti economici evidenti sul mercato dell’energia, quali conseguenze politiche e militari potrebbe avere per l’equilibrio della Regione?
Molto dipenderà infatti dall’evoluzione interna dell’Iran e dalla tenuta della Repubblica islamica. Se il regime dovesse sopravvivere alla crisi, è probabile che il Paese vada incontro a una fase di isolamento ancora più marcata sul piano internazionale e regionale. Le tensioni con le monarchie del Golfo si irrigidirebbero ulteriormente e l’Iran rischierebbe di trovarsi sempre più marginalizzato negli equilibri mediorientali. Al contrario, se da questa crisi dovesse emergere una trasformazione politica interna e l’avvio di una transizione democratica, lo scenario potrebbe cambiare profondamente. In quel caso si aprirebbe la prospettiva di una ridefinizione degli equilibri regionali e potrebbe delinearsi un nuovo Medio Oriente, con relazioni diverse tra Iran, Paesi del Golfo e mondo occidentale.
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