‘La strega al rogo’ è la grande tentazione di ogni Governo occidentale, quando si trova ad affrontare una grave crisi internazionale in grado di peggiorare visibilmente la qualità della vita dei suoi cittadini. Individuare un ‘nemico’ da (far finta di) combattere è facile e immediato, e può dare agli elettori l’idea di un Governo forte e determinato a difendere i loro interessi. In realtà non c’è niente di più inutile e dannoso, e di più ingannevole per i cittadini stessi.
È un’ottima notizia, quindi, che il Governo Meloni abbia deciso di affrontare l’attuale crisi energetica con buon senso e concretezza. Il Decreto-Legge varato ieri sera dal Consiglio dei Ministri è evidentemente solo un primo step, urgente e temporaneo, di una strategia che dovrà essere integrata e aggiornata alla luce d’una crisi internazionale dalla durata imprevedibile. Ma la visione che emerge dai primi provvedimenti del Governo Meloni è molto lontana dalle tentazioni populiste e non pesca nel triste armamentario dei colpi ad effetto esclusivamente mediatico. Non considera i top player nazionali e internazionali dell’energia come ‘la strega’ da portare al rogo dell’opinione pubblica, non calpesta i principi del libero mercato. E non cerca pericolose scorciatoie, come i ‘cap’ al prezzo dei carburanti alla pompa o la tassazione degli extraprofitti delle aziende dell’energia, solo per citare ipotesi di cui si è molto discusso. Esempi di populismo applicato al mondo oil, facili da comunicare ma pressocché impossibili da applicare. E pericolosissimi nei loro effetti sul livello di investimenti e sulle potenzialità di sviluppo di un Paese avanzato.
I provvedimenti definiti ieri dal Governo partono da un dato di realtà, poco conosciuto dall’opinione pubblica e spesso dimenticato dalla stessa politica: il prezzo della benzina è determinato per ben il 57% dal peso del fisco italiano, tra accise e Iva. La principale “strega” che si nasconde dietro le pompe di benzina, dunque, è proprio lo Stato.
Da qui la necessità ineludibile di agire sulle accise: il taglio di 25 centesimi per 20 giorni si muove nei limiti imposti dal rigore di bilancio, e scommette sul fatto che la guerra contro l’Iran e i suoi effetti sulle quotazioni internazionali di petrolio e gas siano destinati ad esaurirsi in qualche settimana. A realismo e buon senso rispondono anche le regole anti “rincari ombra”, in particolare l’obbligo per le società petrolifere di inviare quotidianamente al Ministero delle Imprese i prezzi consigliati (con sanzione rilevante per chi non adempie).
Le crisi energetiche sono una delle sfide più complesse da affrontare per il Governo di una potenza industriale povera di materie prime come l’Italia. Ma in economia, il populismo danneggia solo chi lo promuove.
