Guerra in escalation e petrolio alle stelle: i mercati temono la stagflazione

trump presidente usa

Il 9 marzo, il presidente Donald Trump rispose a una telefonata della CBS dal suo campo da golf a Doral, in Florida, dichiarando: “Credo che la guerra sia praticamente finita, più o meno”. Aggiunse poi: “L’Iran non ha una marina, né comunicazioni, né un’aviazione. I loro missili sono ormai dispersi. I droni vengono distrutti ovunque, compresi quelli prodotti internamente”.

Era trascorsa appena una settimana dall’inizio del conflitto e solo 3.000 obiettivi erano stati colpiti. I mercati, prendendo per buone le parole del presidente, reagirono con un forte calo del prezzo del petrolio, sceso di 13 dollari fino a 91.

Un aumento del 50% in un mese

Tre settimane dopo, però, la guerra è ben lontana dalla conclusione. I mercati, ormai abituati alle dichiarazioni del presidente – che tra domenica sera e lunedì mattina alterna annunci di presunti negoziati di pace a ritrattazioni di minacce rivolte all’Iran per rassicurare gli investitori . reagiscono sempre meno alle sue parole. I futures sul Brent con consegna a maggio sono saliti vicino ai massimi domenica sera, per poi ridiscendere a 113 dollari lunedì.

Il West Texas Intermediate, riferimento per il petrolio statunitense, ha raggiunto circa 101 dollari al barile. Nel frattempo, la crisi energetica che sta colpendo l’Asia (costringendo, ad esempio, i sudcoreani a ridurre la durata delle docce, i thailandesi a limitare i consumi energetici e le Filippine a distribuire aiuti economici ai motociclisti penalizzati dal caro carburante) è tutt’altro che risolta. Le stesse interruzioni delle forniture stanno ora spingendo i prezzi del carburante negli Stati Uniti ai livelli più alti degli ultimi tre anni. Il Brent è aumentato di oltre il 50% nel solo mese di marzo, avviandosi verso il maggiore rialzo mensile dalla guerra del Golfo del 1990.

La guerra si espande

Tutti gli indicatori suggeriscono che la guerra stia ampliandosi su più fronti. I ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, sono entrati nel conflitto nel fine settimana dopo settimane di inattività, lanciando missili da crociera e droni contro Israele. Secondo il Wall Street Journal, il Pentagono starebbe preparando settimane di operazioni terrestri in Iran, inclusa una missione estremamente rischiosa per il recupero di uranio.

In un post pubblicato lunedì su Truth Social, Trump ha minacciato di “distruggere completamente” centrali elettriche, pozzi petroliferi e l’hub di esportazione di Kharg Island se non verrà raggiunto un accordo e se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto immediatamente. In un’intervista al Financial Times ha inoltre affermato che la sua opzione preferita sarebbe “prendere il petrolio”.

Le conseguenze si stanno già facendo sentire sui consumatori americani. Il prezzo medio nazionale della benzina ha raggiunto i 3,99 dollari, in aumento rispetto ai 2,98 di febbraio, secondo l’AAA: il livello più alto dalla crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. L’International Energy Agency ha immesso sul mercato 400 milioni di barili dalle riserve strategiche per attenuare lo shock, ma senza riuscire a fermare la crescita dei prezzi.

Crescono i timori di stagflazione

A Wall Street aumentano le preoccupazioni per gli effetti economici indiretti. Gli analisti di Société Générale prevedono prezzi del Brent “più alti più a lungo”, con una media di 125 dollari ad aprile e possibili picchi fino a 150 dollari se lo stretto di Bab el-Mandeb, all’ingresso meridionale del Mar Rosso, venisse chiuso.

Gli esperti si interrogano ora se ignorare temporaneamente l’impatto inflazionistico dell’aumento del petrolio, mentre molti continuano a sperare in un taglio dei tassi da parte della Fed. L’inflazione, ferma intorno al 3% negli ultimi anni, potrebbe però aumentare sensibilmente nei prossimi mesi, secondo Jim McCormick di Citigroup.

Il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha ribadito che l’obiettivo del 2% resta invariato, ma ha anche riconosciuto che gli strumenti della banca centrale hanno “effetti limitati sugli shock dell’offerta”. In altre parole, la Fed non può contrastare direttamente l’aumento dei prezzi del carburante e il conseguente rincaro dei beni di consumo.

“La situazione che si sta delineando è quella di una crescente stagflazione“, ha spiegato McCormick. “La crescita rallenterà a causa del conflitto, mentre l’inflazione aumenterà. Non è una combinazione favorevole né per le obbligazioni né per le azioni, ma negativa per i mercati nel loro complesso”.

Alla sesta settimana di guerra, tra gli investitori prevale un senso di stanchezza e frustrazione, dopo continue oscillazioni dei mercati e con il timore di scenari estremi, come un petrolio a 200 dollari al barile. L’economista Ed Yardeni ha osservato che questo atteggiamento difensivo indica che Trump potrebbe non bluffare sull’escalation del conflitto. “La nebbia della guerra si sta facendo sempre più fitta, anche per la possibilità di un intervento diretto delle truppe statunitensi”, ha concluso.

L’articolo originale è disponibile su Fortune.com.

Poste Italiane Dic 25

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