Fluid Wire Robotics: preparare i robot al lavoro sporco

fluide wire robotics

La startup italiana Fluid Wire Robotics consente alle macchine di operare anche nelle condizioni più ostili.

Il vuoto dello Spazio, le radiazioni dell’acqua che raffredda un reattore nucleare, la pressione sconfinata delle profondità marine. Gli umani non possono operare in nessuno di questi scenari, ma non lo possono fare neanche molte macchine. Una startup italiana ha creato un rimedio: si chiama Fluid Wire Robotics, spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, e sviluppa braccia robotiche che resistono a tutto.

I fondatori rivelano a Fortune Italia che dopo i primi anni di sviluppo e round di finanziamento, finalmente è arrivata l’ora di presentare un prototipo, il primo effettivamente utilizzabile in ambiente operativo. La crescita della startup dovrebbe passare, nei prossimi mesi, da un nuovo round di finanziamento, con una prima fase di commercializzazione prevista entro fine anno e la fase di industrializzazione nel 2028.

La tecnologia di base, brevettata, prevede che tutte le componenti più importanti facciano parte di un unico ‘nucleo’ compatto protetto dal corpo del veicolo dove viene montato un arto robotico. Motori, sensori, elettronica sono tutti lì. Il braccio, fuori, fa il lavoro sporco, privo delle vulnerabilità della componentistica, più leggero e robusto. Sono i ‘fluid wires’, sistemi di trasmissione a fluido ad alta efficienza creati dalla startup, a trasmettere i movimenti.

I fondatori (Marco Bolignari, Marco Fontana, Francesco Damiani Gianluigi Grandesso, Ivan De Leonardis) hanno quindi in mano una soluzione potenzialmente fondamentale per chi opera in ambienti ostili. Secondo i dati di settore, l’adattamento (hardening) di un robot standard per ambienti nucleari – per fare un esempio dei campi di applicazione – può far lievitare i costi fino a 10 volte rispetto al prezzo di listino, riducendo drasticamente la vita utile del macchinario.

La tecnologia Fluid Wire, eliminando la necessità di sensori costosi e fragili – poiché il sistema di trasmissione permette ai motori remoti di sentire la resistenza meccanica – riduce sia il capex sia i costi di manutenzione straordinaria in ambienti dove l’intervento umano è impossibile. Il primo round di investimento, da 1,2 mln di euro, è stato guidato da Cdp Venture Capital (RoboIT), Scientifica Vc e Deep ocean capital. Recentemente la startup ha ottenuto un grant da 2,5 mln di euro dall’Eic Accelerator.

L’Europa ha individuato in Fwr uno dei player chiave per la resilienza delle infrastrutture spaziali. In orbita, dove la dissipazione del calore è un incubo ingegneristico, il sistema permette di collegare i motori direttamente alle piastre di raffreddamento della navicella, risolvendo il problema del surriscaldamento che affligge i bracci robotici esterni durante i lavori di manutenzione satellitare.

Fluid Wire Robotics rientra in un ristretto gruppo di imprese europee incaricate di sviluppare tecnologie strategiche per le operazioni in orbita. Il finanziamento dell’Eic Accelerator servirà a condurre test completi e realizzare una dimostrazione in orbita per ridurre i rischi tecnici. La startup potrebbe fornire all’Europa un modo di ispezionare e aggiustare satelliti senza affidarsi a player non europei. Intanto, fa anche parte del programma Nato ‘Diana’, il Defence innovation accelerator for the North Atlantic: la capacità di operare sulle strutture critiche è fondamentale anche per la Difesa.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di aprile 2026 (numero 3, anno 9)

Poste Italiane Dic 25

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