Controllare i prezzi contro l’inflazione: la strategia che divide l’Europa

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Quando nel 2013 il Venezuela iniziò a restare senza carta igienica, le autorità provarono a spiegare il fenomeno in modo piuttosto singolare. “Il 95% delle persone mangia tre pasti al giorno o più”, dichiarò all’epoca Elias Eljuri, presidente dell’Istituto nazionale di statistica venezuelano. Il messaggio implicito era chiaro: se i venezuelani avessero mangiato meno, forse non sarebbe mancata la carta igienica. Quella spiegazione, però, ignorava il vero problema: i tetti ai prezzi imposti dal presidente Nicolás Maduro. Una misura pensata per proteggere la popolazione dagli effetti di un’economia in crisi e segnata dalla corruzione.

Come insegna qualsiasi manuale di economia, i controlli sui prezzi creano spesso carenze di prodotti. I segnali del mercato si alterano, molte aziende smettono di produrre beni non più redditizi e l’offerta si riduce. La conseguenza è che la domanda supera la disponibilità reale dei prodotti e l’inflazione continua a salire. Alla fine del 2013, dopo il fallimento del sistema di price cap, l’inflazione alimentare in Venezuela aveva raggiunto il 76%.

Oggi, mentre il timore dell’inflazione torna a crescere in diverse parti del mondo, molti governi stanno nuovamente valutando strumenti simili.

Nel Regno Unito, per esempio, la Scozia ha annunciato l’intenzione di introdurre limiti ai prezzi di beni essenziali come pane, latte e uova. “Le persone fanno fatica a fare una spesa adeguata per sostenere le proprie famiglie”, ha dichiarato John Swinney durante un intervento davanti agli attivisti del suo partito.

Il governo britannico inizialmente ha preso le distanze dalla proposta, definita “folle” da alcuni dirigenti d’azienda. Poco dopo, però, Londra ha aperto all’ipotesi di controlli “volontari” sui prezzi di alcuni alimenti.

Il ceo di Marks & Spencer ha definito l’idea “completamente assurda”. Anche il ministro delle Finanze britannico Rachel Reeves sembra poi aver rallentato sul progetto.

Dietro il dibattito, però, si nasconde un problema più profondo. Molti governi europei faticano a rilanciare la crescita economica e preferiscono intervenire sui prezzi finali invece di affrontare questioni strutturali come tasse elevate, eccesso di regolamentazione e riforme dei mercati.

L’Ungheria applica forme di controllo dei prezzi dal 2025. Romania e Croazia hanno introdotto limiti ai margini e ai prezzi di alcuni beni. Diversi Paesi europei regolano anche il mercato dell’energia. Lo stesso Regno Unito mantiene un tetto alle bollette energetiche.

In alcuni casi questi interventi risultano necessari, soprattutto dopo anni di scelte politiche che hanno reso fragile il sistema energetico europeo. Ma molti economisti avvertono che un eccesso di controlli rischia di produrre effetti opposti rispetto a quelli desiderati.

Il Regno Unito, per esempio, possiede uno dei mercati retail più competitivi al mondo, capace già oggi di offrire ampia scelta e prezzi relativamente bassi ai consumatori.

Secondo i critici dei tetti ai prezzi, i mercati liberi riescono quasi sempre a distribuire beni e servizi in modo più efficiente rispetto alle decisioni prese dagli uffici governativi. E la crescita economica, sostengono, raramente nasce da più regolamentazione.

Poste Italiane Dic 25

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