Nella cittadina francese di Évian, più famosa per la sua acqua minerale che per la diplomazia internazionale, i leader delle sette maggiori democrazie industrializzate si riuniscono fino a mercoledì per discutere di dossier urgenti come Ucraina e Medio Oriente. Ma tra i temi dell’agenda emergono anche due preoccupazioni strettamente collegate: la dipendenza del G7 dalle catene di approvvigionamento cinesi e quella dall’intelligenza artificiale sviluppata negli Stati Uniti.
Secondo Andrea Renda, direttore della ricerca del Centre for European Policy Studies ed esperto di politiche sull’AI, la decisione dell’amministrazione Trump di imporre controlli all’export sui modelli avanzati di Anthropic, Fable 5 e Mythos 5, sarà uno dei temi centrali del dibattito sull’intelligenza artificiale. “Gli altri sei membri del G7 sono piuttosto irritati dal fatto che gli Stati Uniti abbiano introdotto un trattamento differenziato nell’accesso a Claude Fable 5 per gli utenti non americani”, ha dichiarato Renda a Fortune. A suo avviso, questa scelta inaugura una nuova fase in cui l’AI statunitense può essere utilizzata come strumento di pressione persino nei confronti degli alleati tradizionali.
Nonostante al summit partecipino undici Ceo del settore AI, tra cui Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic e Alex Wang di Meta, è improbabile che Francia, Regno Unito, Canada, Germania, Italia, Giappone e Unione Europea riescano davvero a definire una strategia comune sull’AI a causa del peso esercitato da Stati Uniti e Cina.
“Le promesse del G7 di adottare un approccio più inclusivo all’intelligenza artificiale e di coinvolgere maggiormente le economie emergenti difficilmente susciteranno interesse a Washington”, ha spiegato Agathe Demarais, ricercatrice senior dell’European Council on Foreign Relations. “La realtà è che le due principali potenze dell’AI sono Stati Uniti e Cina, lasciando poco spazio agli altri Paesi del G7 per svolgere un ruolo guida”.
La Cina come “elefante nella stanza”
La Cina non partecipa al vertice, anche se Bloomberg ha riferito che il presidente francese Emmanuel Macron aveva valutato l’ipotesi di invitare Xi Jinping già lo scorso novembre. Xi ha comunque preso parte a una telefonata definita “senza precedenti” con Macron prima dell’inizio del summit.
Secondo Alisha Chhangani, associate director dell’Atlantic Council GeoEconomics Center, questo dimostra quanto la Cina sia presente nelle discussioni del G7 anche senza essere fisicamente al tavolo.
Per Macron si tratta anche di un tentativo di sfruttare la rivalità tra Washington e Pechino in un momento in cui l’Europa si trova stretta tra due dipendenze strategiche: da una parte il rischio di restrizioni statunitensi sull’AI, dall’altra il controllo cinese sulle materie prime critiche.
“Macron sta cercando di trasformare la Cina nell’elefante nella stanza per mostrare agli Stati Uniti che esistono anche altri partner con cui collaborare”, ha spiegato Matt Pearl, direttore dello Strategic Technologies Program del Center for Strategic and International Studies. “È un modo per usare la Cina come leva negoziale nei confronti dell’amministrazione Trump”.
Il doppio problema europeo: AI americana e minerali cinesi
Secondo l’AI Index Report 2026 di Stanford, Stati Uniti e Cina controllano il 90% della capacità di calcolo globale e attirano la maggior parte degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Quasi l’80% delle aziende AI nate nei Paesi del G7 lo scorso anno aveva sede negli Stati Uniti.
Ma per l’Europa esiste anche un’altra dipendenza: quella dalla manifattura cinese. Secondo Chhangani, il tema della “riduzione degli squilibri globali” presente nell’agenda del summit è in realtà un riferimento diplomatico alla questione cinese.
“Quando si parla di squilibri si parla soprattutto della Cina, della sovraccapacità industriale e dei deficit commerciali”, ha spiegato. “Gli Stati Uniti discutono di questo tema da anni, mentre l’Europa vi si sta confrontando più recentemente”.
Il controllo esercitato da Pechino sui minerali critici necessari per le tecnologie verdi e per l’infrastruttura fisica dell’AI rappresenta una fonte crescente di preoccupazione. Un memorandum preparato per il G7 da un gruppo di economisti sottolinea che questa dipendenza potrebbe alimentare politiche protezionistiche e aumentare i rischi per la sicurezza nazionale. Per l’Europa, osserva Pearl, stabilire quale delle due dipendenze sia più urgente da risolvere non è semplice.
“Se improvvisamente venissero a mancare i minerali critici provenienti dalla Cina o si interrompessero le catene di approvvigionamento necessarie alla transizione energetica, sarebbe un problema enorme. Ma lo stesso vale per l’accesso ai modelli di AI”, ha concluso. “Credo che l’Europa senta il bisogno di risolvere entrambe le questioni”.
Questo articolo è stato pubblicato su Fortune.com
