I due non si amano ma in tempi di clima torrido persino le relazioni tra Italia e Francia si scaldano. Basta occhiatacce, strette di mano dal sapore glaciale, è tempo di sorrisi e cordiali intese, del resto se gli Usa sono sempre più riluttanti a occuparsi del Vecchio Continente, il Vecchio Continente deve inventarsi qualcosa.
Il vertice bilaterale di Antibes, sulla scia del patto del Quirinale sottoscritto nel 2021, è stato un capolavoro di pragmatismo. Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron hanno poco in comune: la prima è una donna di popolo, un politico a tutto tondo, che ha fatto dell’autenticità il suo marchio di fabbrica. E poi è una donna di destra. Macron è il maestro dell’ambiguità, figlio dell’establishment, catapultato dalle scuole blasonatissime e dal milieu della finanza al vertice dell’Eliseo. Ormai al tramonto della sua stagione politica, il presidente francese ha dovuto barcamenarsi negli ultimi anni tra maggioranze parlamentari inesistenti e l’ascesa inarrestabile di Marine Le Pen. Macron governa da presidente di minoranza, sempre meno in sintonia con il sentire profondo dei francesi. Meloni invece è nota per la sua capacità di intercettare gli umori popolari e di cavalcarli con sapienza e maestria. Sono due stili di leadership opposti: dal basso lei, dall’alto lui; determinata e rigida lei, più mellifluo e camaleontico lui.
“Senza Italia e Francia l’Europa e l’Occidente non sarebbero quello che sono”, ha dichiarato la premier italiana davanti alla stampa. Un incontro ufficiale tra i due mancava dal 2020 quando fu Macron a venire ospite in Italia, a Napoli, prima del lockdown per il Covid. L’asse tra i due Paesi, fondatori dell’Ue e membri del G7, trova le sue ragioni nell’economia e nella politica internazionale. Quella francese è la seconda economia del Continente, la nostra è la terza. L’Italia, dal canto suo, è la seconda manifattura, superata soltanto dalla Germania. Adesso c’è anche una partita comune: il nucleare, pilastro del sistema energetico d’oltralpe, e ora obiettivo concreto del governo italiano.
Per avere un’idea dell’interconnessione tra le nostre economie basta citare due comparti: automotive e tessile. I francesi di Renault hanno comprato quella che un tempo fu la Fiat, mentre i grandi gruppi francesi, Kering e Lvmh, sono potenze economiche che hanno fatto shopping tra i marchi del made in Italy, e oggi li possiedono quasi tutti. È anche questo soft power in cui l’Italia ha fatto piuttosto la parte della preda e non del predatore. Come si diceva, però, c’è anche spazio per la cooperazione: ieri sono stati sottoscritti sette accordi che riguardano temi decisivi per lo sviluppo dei due Paesi all’interno dell’Ue. Edison ha sottoscritto con Edf, Nuward e agli operatori della filiera nucleare una dichiarazione di intenti per lo sviluppo congiunto di un impianto nucleare europeo di terza generazione basato sui piccoli reattori modulari di Nuward, con l’obiettivo di avere i primi impianti operativi nel 2035. Rileva poi l’impegno dei due Paesi a promuovere una coalizione che sostituisca l’Unifil, ormai a scadenza mandato, nel Libano, così come la partnership tra Bpifrance e l’italiana Cdp Venture Capital per investimenti nell’innovazione, la collaborazione in ambito spaziale con i progetti Bromo e Iris2, nonché l’impegno per il potenziamento della linea ferroviaria da Genova a Marsiglia.
