12 Ottobre 2018

A caccia di futuro, il Chief Innovation Evangelist

Attilia Burke

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Prevedere il futuro è impossibile. Ma è possibile tracciare uno scenario, indicare una rotta, ipotizzare soluzioni. E’ il ruolo che si sta ritagliando nelle aziende la nuova figura del Chief Innovation Evangelist. Immaginate se verso la fine degli anni ’90 i decisori politici e gli stakeholder di settore avessero saputo che nel 2017 ci sarebbe stato il boom delle criptomonete: forse, a quest’ora, l’ascesa stellare e la successiva caduta di una valuta digitale come il Bitcoin non ci sarebbe proprio stata. Oppure, si sarebbe trovato il modo di farsi trovare pronti. Se le aziende fossero state preparate, prima del 2009, a come non rimanere impantanate in una crisi? Cercare risposte a domande del genere è quello che fa uno Chief Innovation Evangelist (Cie). Non si tratta di prevedere il futuro, ma solo di sapere disegnare probabili scenari a lungo termine. A raccontare a Fortune Italia i segreti di questa nuova professione è Ivan Ortenzi, tra i pionieri nostrani di un’attività i cui esponenti, nel Bel Paese, si contano sulle dita di due mani. “A noi è richiesto di dire come sarà tra 15 anni il banking, piuttosto che la promozione finanziaria, il retail o la consulenza – racconta Ortenzi – all’estero per le grandi aziende come Microsoft inizia a diventare molto importante avere una consulenza di questo genere”, sottolinea. Ed è così che, per “aiutarsi a giocare d’anticipo”, Google ha assoldato Frederik G. Pferdt che, oltre ad essere il Cie del colosso americano, è anche Co-Founder di The Garage e professore alla Stanford University. Senza andare oltreoceano, la regina delle telecomunicazioni tedesca Telekom ha scelto Alexander Marten come “faro” per schiarire le possibili ombre del futuro. E così tante altre multinazionali e non solo. 

Dall’hi-tech alla sociologia. Quattro aree di analisi
Le previsioni vengono fatte attraverso un’analisi incrociata di 4 aree: tecnologia, comportamenti umani, dati e informazioni e competenze, “grazie a dei modelli di analisi sviluppati dall’Institute for the Future di Palo Alto, in California, che utilizziamo per le nostre ricerche”, spiega Ortenzi. E’ richiesto un costante aggiornamento su tutte le innovazioni in campo tecnologico e lo studio dei fenomeni sociali che, sempre più, sono correlati e interdipendenti dall’hi-tech. Inoltre, un appropriato utilizzo dei dati a disposizione, applicati a uno scenario futuro, permetterà di chiudere il quadro “profetico” che consentirebbe alle aziende di dare una sbirciata in là nel tempo. “Ipotizziamo che un grande colosso dell’export voglia sapere come cambierà il settore nel 2030 – spiega Ortenzi – il mio mestiere è disegnare uno scenario ad hoc, tenendo da conto, sulla base di una ricerca mirata, che ci saranno veicoli elettrici o camion robotici che si guidano da soli. A questo punto si valuterà come tutto questo impatterà sul modello di business”.

Costruisci il tuo peggior nemico
Un punto chiave di questa attività è quella di mettere in dubbio le certezze delle imprese in un’ottica di miglioramento. “Uno dei progetti che sto portando avanti si chiama ‘Costruisci il tuo peggior nemico’ e consiste nell’andare in azienda, presentare tutti quelli che saranno i principali trend (economici, sociali, ecc..) tra 15 anni, e pensare, insieme ai responsabili, come lavorerà il competitor che potrebbe distruggerli – spiega Ortenzi – In questo modo passa il concetto di cosa potrebbe succedere, portando alla luce le aree di gap più rilevanti della società (sia dal punto di vista del modello di business, sia culturale, sia a livello di competenze) per poter fronteggiare i prossimi 20 anni”.

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