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Manovra, il conto da pagare

La manovra, in un modo o nell’altro, è stata approvata. Con tempi più lunghi di ogni previsione, sull’orlo dell’esercizio provvisorio. Tra le proteste dell’opposizione. E’ diventato Legge di Bilancio un complicato compromesso di interessi di parte, quasi tutti legati alla propaganda di una campagna elettorale perenne, imposizioni dell’Unione europea e correzioni, tanto frenetiche quanto costose. E ci saranno una serie di effetti collaterali che inizieranno a pesare prima ancora che saranno finiti i festeggiamenti, iniziati in aula con l’abbraccio tra il premier Giuseppe Conte e i suoi ministri, dell’alleanza giallo-verde.

A uscirne peggio sono il Parlamento, mai come in questa occasione ridotto a un ufficio di ratifica senza neanche lo spazio per una discussione che salvi almeno la forma, e le potenzialità dello stesso governo. Salvini e Di Maio sono partiti con l’ambizione dichiarata, e forse anche con la sincera illusione, di poter ribaltare il tavolo e dettare le loro condizioni a Bruxelles. Sono finiti a negoziare tra loro per ridurre le perdite, una volta conosciuto il conto presentato dalla Commissione Ue per non innescare subito la procedura di infrazione. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha raccolto in corsa il testimone in un confronto sempre più complicato sull’asse Roma-Bruxelles e ha fatto quello che ha potuto. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, conta i danni di oltre due mesi spesi in una dimensione altra rispetto alla realtà. Aveva proposto un deficit all’1,9% quando ha predisposto la prima versione della Nota di aggiornamento al Def e lì si è sostanzialmente tornati, con quel 2,04% che, nell’assonanza con il 2,4% difeso come un totem e poi ragionevolmente abbandonato, resta il segno di una mai persa sudditanza alla propaganda.

Poi, c’è quello che rimane nero su bianco: le condizioni negoziate con la Ue. L’aumento delle clausole di salvaguardia dell’Iva mette una dura ipoteca sulla prossima legge di bilancio e tra un anno si partirà da meno 23 miliardi. Il controllo di Bruxelles sulla politica economica di questo governo parte da qui e andrà oltre. Ci sono altri 2 miliardi accantonati per nuovi tagli alla spesa, qualora fossero necessari. E il monitoraggio trimestrale, assicurano da Bruxelles, sarà particolarmente accurato. Con la conseguenza che se prima il problema erano i tecnici del Tesoro ora ci saranno anche quelli della Commissione Ue da gestire.