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Huawei, la guerra Usa è già arrivata in Italia

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La guerra degli Usa a Huawei continua, ha coinvolto l’Europa e, a quanto pare, l’Italia. Le preoccupazioni statunitensi riguardano lo spionaggio che Huawei potrebbe operare per conto del governo cinese. Timori che guardano, soprattutto, alle nuove tecnologie: Huawei è tra i frontrunner principali nella corsa alla connettività 5G in tutto il mondo. Proprio su questo punto si sarebbero concentrate le raccomandazioni dell’ambasciata americana di Roma, dove secondo il Wall Street Journal l’amministratore delegato di un grande operatore mobile italiano è stato convocato nell’autunno scorso.

In quell’occasione, diplomatici e funzionari dell’intelligence gli hanno chiesto di smettere di usare le apparecchiature di rete a marchio Huawei, senza fornire prove a sostegno della richiesta. Una richiesta che, narrativamente, si incastra a perfezione le pressioni esercitate dalla Casa Bianca sui Paesi alleati per escludere Huawei dallo sviluppo delle reti 5G. L’operatore italiano ha continuato a usare le apparecchiature di Huawei spiegando che “non ci sono sostituti di Huawei sul mercato”, secondo quanto ha affermato al Wall Street Journal una fonte anonima a conoscenza dell’incontro.

Solo limitando il focus alle ultime settimane, sono numerosi i capitoli della vicenda Huawei. L’ex presidente del BND – il servizio di intelligence tedesca – ha messo in guardia dai pericoli di una condivisione dello sviluppo della rete 5G con l’impresa cinese. “Ci sono rischi connessi alla rete 5G e alla possibile compartecipazione di Huawei” ha detto Gerhard Schindler all’emittente radiofonica RND. Chi mette a disposizione la nuova tecnologia è anche “nelle condizioni di intercettare i contenuti della comunicazione”, ha aggiunto l’ex capo dei servizi di intelligence tedesca. Il secondo rischio indicato da Schindler è che “non siamo nelle condizioni di giudicare cosa viene sviluppato. E perciò sono pensabili degli scenari per cui in caso di crisi la nostra rete potrebbe essere staccata, cosa alla quale non siamo preparati”. Dunque, prosegue l’ex capo dei servizi, “scivoleremmo in una dipendenza strategica dalla Cina. Questo deve essere valutato con attenzione, se si prende una decisione simile”.

Al momento, la Cina ha un ruolo predominante nel futuro a 5G italiano: sono molte le sue collaborazioni con Tim nello sviluppo di nuove infrastrutture tecnologiche e delle sperimentazioni legate alla nuova connessione superveloce. Nel 2018, il gigante tech ha per esempio aiutato in Italia Tim e Fastweb a lanciare il primo standard 3GPP per la rete commerciale 5G. Sul tema si è pronunciato anche il Mise, molto cauto dopo le indiscrezioni della Stampa secondo le quali anche i ministeri italiani vorrebbero porre un freno all’avanzata cinese. “Con riferimento agli articoli di stampa su una presunta messa al bando delle aziende Huawei e ZTE dall’Italia in vista dell’adozione della tecnologia 5G, il Ministero dello Sviluppo Economico smentisce l’intenzione di adottare qualsiasi iniziativa in tal senso”, si legge in una nota del ministero, in cui si aggiunge che “la sicurezza nazionale è una priorità e nel caso in cui si dovessero riscontrare criticità – al momento non emerse – il Mise valuterà l’opportunità di adottare le iniziative di competenza”. Secondo La Stampa, “fonti qualificate della Difesa e della Farnesina chiudono ‘definitivamente’ all’ipotesi di affidare ai due colossi cinesi delle tlc lo sviluppo delle infrastrutture su cui viaggerà la tecnologia 5G. Per farlo, Palazzo Chigi è pronta a utilizzare il golden power”.

Zte ha risposto alle accuse: sta lavorando per creare un Security Lab in Italia, insieme a molti partner locali, “impegnandosi sempre alla massima trasparenza con i suoi stakeholder”. Come annunciato dalla stessa azienda, Zte “attraverso la sua controllata Zte Italia, ha collaborato con il Governo italiano nel rispetto della massima trasparenza e nel rispetto delle leggi e dei regolamenti in materia. Zte è impegnata a far certificare le sue reti secondo le normative previste dal Mise e dall’OCSI (Organismo di Certificazione della Sicurezza informatica). Inoltre l’azienda opera affinché le sue soluzioni tecniche siano ufficialmente approvate dagli organi preposti”. Quindi Zte Italia “accoglie con favore qualsiasi iniziativa sui sistemi di certificazione, da parte degli stakeholder istituzionali, considerandola un’opportunità di confronto su processi volti a mettere in evidenza la necessaria trasparenza e manifestando la piena collaborazione per la risoluzione di qualsiasi questione o necessità”.

Huawei ha anche provato a stemperare le tensioni, tendendo la mano all’Europa: si dice disponibile a lavorare insieme e accettare la “supervisione” e i “consigli” di stati, clienti e partner, annunciando l’apertura di un centro per la cybersicurezza a Bruxelles a marzo. Nonostante gli “attacchi” subiti finora, non ultimo quello dell’ambasciatore Usa presso l’Ue Gordon Sondland che è un “insulto all’intelligenza”, il gigante tech cinese ribadisce di “non avere mai causato nessuna grave violazione della cybersicurezza” come certificato da regolatori e operatori europei, ma al contrario “di essere parte della soluzione, non del problema”. Il messaggio è stato lanciato a Bruxelles in occasione del nuovo anno cinese dal rappresentante capo di Huawei presso l’Ue Abraham Liu. L’invito di Liu è di trattare la cybersicurezza come “una questione tecnica e non ideologica”, perché le prime “possono sempre essere risolte con le giuste soluzioni”, le seconde no, per cui “escludere Huawei dal mercato non significa rendere sicura la rete”.

“Recentemente Huawei è stata sotto attacco costante da parte di alcuni Paesi e politici” e per questo “siamo scioccati e a volte divertiti da queste accuse infondate e senza senso”, ha detto il rappresentante di Huawei presso l’Ue. Sondland, in un’intervista a Politico.eu, aveva chiesto all’Ue di “unire le armi contro la Cina” sostenendo che qualcuno a Pechino potrebbe dare ordine di far uscire di strada un’auto connessa alla rete 5G per uccidere la persona che vi viaggia. “Questo è un insulto all’intelligenza delle gente per non dire degli esperti di tecnologia in Europa”, ha attaccato Liu, ricordando che sebbene gli Usa non utilizzino tecnologia Huawei, le loro reti tlc comunque “non sono le più sicure del mondo”. Al contrario, la “cybersicurezza è una questione comune condivisa dal mondo intero e da tutta l’industria, e richiede lo sforzo di tutti per farvi fronte”. Da qui l’apertura all’Ue dove l’impresa cinese “ha messo profonde radici” tanto da poterla chiamare la sua “seconda casa”.

L’Europa è infatti il secondo mercato per Huawei dopo la Cina, con 12mila dipendenti di cui il 70% europei e partnership con oltre 140 tra università e centri di ricerca europei. I cinesi stanno lavorando con i principali operatori europei per accelerare lo sviluppo della nuova rete alla base dell’internet delle cose. Proprio per questo, ha sottolineato Liu in un passaggio chiave del suo intervento che fa seguito anche a diversi interventi di alcuni commissari Ue che gettano dubbi su Huawei, “siamo sempre disponibili ad accettare la supervisione e i consigli di tutti i governi europei, consumatori e partner”. A questo scopo verrà anche aperto il mese prossimo il nuovo Huawei Cybersecurity Centre a Bruxelles con cui il colosso tlc spera di “dimostrare in modo più trasparente che siamo parte della soluzione, non del problema”. Perché, ha concluso il rappresentante Huawei lanciando un messaggio di collaborazione all’Ue da cui rischia di essere estromesso come avvenuto in Usa o Australia, “lamentarsi non risolverà il problema ma lavorare strettamente con i nostri partner europei creerà un futuro migliore”.

Se il rapporto con l’Europa a Huawei sembra recuperabile, quello con gli Usa appare sempre più compromesso: l’amministrazione Trump sta finalizzando l’ordine esecutivo che vieta alle aziende di telecomunicazioni negli Stati Uniti di usare apparecchiature cinesi per la realizzazione delle reti 5G. Lo riporta il New York Times, sottolineando che il presidente Donald Trump è stato aggiornato sul divieto e che l’ordine potrebbe essere emesso nei prossimi giorni. L’ordine, allo studio da mesi, punta a prevenire che le società cinesi come Huawei guadagnino l’accesso al 5G.