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Tav, continua la bagarre. Di Maio corregge Tria. Chiamparino attacca

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Continua senza sosta la bagarre sulla Tav tra gli esponenti del governo. Ogni giorno si sommano prese di posizione contrastanti, smentite e rappresaglie, botta e risposta che sembrerebbero mirare a prendere – o forse perdere – tempo, in attesa delle europee. Così non passano neanche 24 ore dalle dichiarazioni del ministro dell’economia Giovanni Tria sulla Torino-Lione – gli impegni con l’Ue vanno rispettati, aveva affermato ieri – che il vicepremier Luigi di Maio è pronto a ribattere: “vanno bene le opinioni personali, ma il faro è il contratto e si fa quello che c’è scritto“. Quelle di Tria, dunque, per il vicepremier pentastellato, sarebbero solo “opinioni personali”, e aggiunge “le elezioni ci saranno nel 2023”.

L’opposizione – da Fratelli d’Italia e Forza Italia – si schiera con Tria: “Ha proprio ragione il ministro dell’Economia quando afferma che gli accordi vanno rispettati, altrimenti nessun investitore sarà più disposto ad investire soldi in Italia”, afferma Renato Brunetta (Fi). Concetto ribadito anche da Maria Cristina Caretta (Fdi) che afferma: “sottrarsi agli impegni presi è quanto di più deleterio esista per uno Stato che dovrebbe cercare di attrarre investimenti”.

Nel frattempo in Piemonte l’atmosfera si fa sempre più tesa: il presidente della Regione Sergio Chiamparino si dice pronto a convocare manifestazioni in piazza nel caso in cui i bandi continuino a essere rinviati; in aula alcuni consiglieri del Pd espongono cartelli Sì Tav; e il Consiglio regionale del Piemonte approva un ordine del giorno, presentato dall’esponente Pd valsusino Antonio Ferrentino, che appoggia la richiesta di referendum sulla Tav lanciata oggi in aula da Chiamparino. Nel frattempo tornano al mittente come boomerang una serie di ordini del giorno presentati dal Movimento 5 Stelle che, in polemica con quello della maggioranza, chiedevano la riapertura o il rafforzamento di una serie di linee ferroviarie minori.

Anche se le iniziative a Cinquestelle a Torino non sembrano godere di grandi simpatie, questa volta Chiamparino si scaglia contro la Lega: “è un braccio di ferro con il Governo – afferma – e ancora di più con la componente leghista del governo, perché mentre i 5 Stelle sono coerenti, la Lega non lo è in quanto da una parte va in piazza a dire che è favorevole alla Tav e dall’altra tiene il sacco ai 5 Stelle per bloccarla. Questa pantomima non è più accettabile”. E aggiunge: “non disponendo della piattaforma Rousseau, che mi consentirebbe di confermare che l’80% è a favore, potrei convocare un incontro pubblico in una piazza piemontese per far sentire la voce dei cittadini”.

La polemica corre Oltralpe, dove viene definita come “una situazione irreale che non potrà durare in eterno”, scrive il quotidiano francese Le Monde. In un’intera pagina consacrata all’argomento, il quotidiano parigino scrive che i ripetuti stop da parte dell’Italia hanno “avuto già da ora delle conseguenze. In Val Di Susa, il progetto ferroviario è fermo e le gare sono sospese, mentre in Francia i lavori continuano”. Le Monde ricorda infine la posizione espressa di recente dalla ministra francese dei Trasporti, Elisabeth Borne, secondo cui l’Italia deve chiarire subito la sua posizione o si rischiano di perdere i finanziamenti Ue.

Nel frattempo, tra un’analisi costi-benefici e l’altra, spunta il rapporto Assonime ‘Politica delle infrastrutture e degli investimenti: come migliorare il contesto italiano’, secondo il quale “anche se la revisione dei progetti fa parte degli strumenti di cui dispone la politica infrastrutturale, bloccare senza valide motivazioni grandi progetti quali l’Alta velocità Torino Lione o la Gronda di Genova avrebbe un impatto negativo sulle prospettive di crescita dell’economia“.

Sono diversi i motivi per cui, secondo il rapporto realizzato dal Gruppo di lavoro della Giunta Assonime e coordinato da Gaetano Maccaferri, si rischia un impatto negativo sulle prospettive di crescita: “interrompere le opere già in via di realizzazione e pensare di sostituirle con nuovi progetti di rilievo comporta una riduzione immediata della produzione, che solo dopo anni, come visto, produrrà un impatto sull’economia; cambiare idea rispetto a grandi progetti in corso di realizzazione determina una perdita di risorse pubbliche, non solo per le penali che abitualmente sono previste, ma anche perché quanto speso sino a quel momento è destinato a non avere alcuna utilità, restando un’opera incompiuta; bloccare opere in corso senza valide motivazioni alimenta l’impressione di inaffidabilità e instabilità delle scelte pubbliche in Italia e la percezione che si tratti di un Paese ad elevato rischio regolatori”.

Inoltre, “nelle scelte relative alle priorità, va tenuto conto del fatto che non tutti gli investimenti infrastrutturali hanno lo stesso impatto sulla crescita e l’occupazione: l’effetto cambia – si legge nel rapporto – in relazione alla capacità di svolgere un effetto leva rispetto agli investimenti privati, all’incidenza sulla capacità produttiva dell’economia (nullo nel caso delle “cattedrali nel deserto”), alla qualità del progetto”.

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