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Salvini-Di Maio sul filo crisi, scoppia caso Giorgetti

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di Serenella Mattera – La crisi di governo è un rischio reale. Lo ammettono Luigi Di Maio e Matteo Salvini, mentre si rimpallano l’accusa di voler rompere. “È una minaccia della Lega”, dice il pentastellato. “No, è solo nella testa di Di Maio”, ribatte il leghista. Ma il rischio c’è, ancor di più dopo che il caso Siri approda a Palazzo Chigi, con l’assunzione del figlio di uno degli indagati da parte di Giancarlo Giorgetti.

Nel pomeriggio di ieri deflagra la notizia di un contratto di collaborazione, registrato alla Corte dei Conti, con cui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giorgetti ha portato a Palazzo Chigi Federico Arata, figlio di Paolo, l’imprenditore indagato con Armando Siri per la presunta corruzione. “Se fosse così, Salvini chiarisca – interviene subito il M5s – a noi e ai cittadini”. “Conte non si nasconda, riferisca in Parlamento”, incalza il Pd. Ma la Lega tiene il punto. Con una nota, cui allega il curriculum di Federico: “E’ una persona preparata. Parlamentari e ministri leghisti continuano a lavorare anche in questi giorni senza rispondere a polemiche e insulti che si sgonfieranno”.

Ma intanto la tensione è alle stelle. Non c’è ancora stato l’atteso chiarimento tra il premier e Siri. “Non mi ha ancora chiamato”, dice il sottosegretario da Milano, dove con i legali sta studiando le accuse a suo carico. Siri può contare sulla difesa di Salvini: “E’ tranquillo lui, sono tranquillo”, dice il leader della Lega. Ma nel partito c’è chi professa più prudenza, nell’attesa di vederci più chiaro. “Ho presentato un emendamento che mi ha chiesto una filiera di piccoli produttori che dicevano di essere in difficoltà. Non ho fatto altro che portarlo negli uffici”, spiega Siri. “Non ho preso un centesimo”, dichiara. Non basta, però. Né al M5s, che con Stefano Buffagni ricorda a Salvini che “si parla di mafia e corruzione”. Né al presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, per il quale “è grave” che in passato Siri abbia patteggiato una condanna per bancarotta. Non si può – è la tesi M5s rilanciata da Di Maio – mettere a rischio il governo per proteggere un indagato. Il contratto di governo, ricordano, prevede che chi è condannato, anche in primo grado, deve lasciare ma chi è indagato, come Siri, deve chiarire.

Torna a farsi sentire anche Alessandro Di Battista, per accusare Salvini di una difesa “puerile”. La prima prova (extragiudiziaria) di tenuta attende il governo subito dopo il ponte pasquale, nel Consiglio dei ministri convocato per martedì. Sul tavolo dovrebbe tornare il decreto crescita che contiene la norma “Salva Roma”, sul debito della Capitale. Salvini dice No: “Non devono esserci comuni di serie A e serie B. E mi spaventa che Raggi dica di non avere il controllo della città”, aggiunge citando le registrazioni depositate in procura dall’ex ad dell’Ama. “Il sindaco non dà prospettive di sviluppo”, rincarano i leghisti dal Campidoglio. “La Lega vuole fare un regalo alle banche”, ribattono però fonti M5s.

Al premier Giuseppe Conte, dopo la pausa pasquale, l’arduo compito di trovare una soluzione che accontenti tutti. Ormai non è più solo una escalation da campagna elettorale, osserva un leghista. Si è andati così oltre, che la crisi potrebbe non restare più solo a livello dialettico. I sospetti i due leader se li rinfacciano in chiaro. Di Maio accusa Salvini di aver riaperto i contatti con Forza Italia (ma Giancarlo Giorgetti nega di aver sentito Silvio Berlusconi). Salvini accusa Di Maio – o meglio, alcuni dei suoi – di tenere un filo di dialogo con il Pd, alla ricerca di un ribaltone. Nicola Zingaretti, respingendo i sospetti, invoca le elezioni: “Basta con i giochi di palazzo e le ipocrisie, si torni al voto”, chiede il segretario Dem. E con lui sembra d’accordo la maggioranza dei leghisti, che ormai non nascondono più l’insofferenza verso gli alleati di governo e i loro modi. Salvini invita i suoi alla calma. Neanche lui – raccontano però alcuni – è più così categorico nell’escludere la rottura. Ma non vuole il “cerino”, non vuol essere lui a rompere. E soprattutto, non sa quale scenario si aprirebbe. La crisi al buio sarebbe lo scenario peggiore per il leader leghista. Ma c’è chi gli consiglia di prendersi il rischio, prima che sia troppo tardi. Che ci stia pensando, lo rivela forse un lapsus: il governo durerà “quattro mesi”, dice Salvini. Poi corregge: “anni”.