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27 Maggio 2019

Il ritardo digitale della pubblica amministrazione

Fortune

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In Italia solo 24 comuni capoluogo hanno un buon grado di maturità digitale, 44 sono nella fascia intermedia e 39 in rilevante ritardo. L’eccellenza si concentra nel Nord Est del Paese, anche se non mancano le sorprese anche in altre parti d’Italia come a Lecce e Verbania, ma anche Palermo, Cagliari e Bari. Nessuna amministrazione, però, riesce ad essere davvero eccellente, cioè a raggiungere il punteggio più alto in tutte le dimensioni prese in esame. È questo il quadro che emerge dalla ‘Indagine sulla maturità digitale dei comuni’, una ricerca condotta da FPA per Dedagroup, che con un fatturato di 240 mln di euro, oltre 1.700 collaboratori e più di 3.600 clienti è uno dei più importanti attori dell’Information technology italiana.

L’amministratore delegato di Dedagroup Public Services è Fabio Meloni. Romano, 47 anni e con una laurea in ingegneria, Meloni ha lavorato in passato per Accenture, Business integration partners e Avanade, e ha presentato Next, un ecosistema di soluzioni e servizi che la società offre a coloro che, negli enti locali e sui territori, sono impegnati a innovare i servizi pubblici per cittadini e imprese.

Cosa ci dice questo studio?
Come spesso succede in Italia, quando si parla di trasformazione tecnologica emerge una fotografia a macchia di leopardo, con una minoranza di comuni che sono l’eccellenza del digitale e che sono concentrati principalmente nel Nord e nel Nord Est, con qualche eccellenza anche al Sud dove però si registra un grande ritardo in termini di digitalizzazione di servizi.

Come si spiega quest’Italia divisa in due?
Siamo in ritardo perché fino ad ora non si è avuta sufficiente fiducia nel digitale, nel cambio di paradigma. Si è considerato questo come un tema soprattutto tecnologico. Invece dai nostri lavori emerge che bisogna puntare con determinazione sull’educazione, sulle competenze e su un nuovo modo di disegnare i servizi al cittadino.

L’assessore del Comune di Roma Flavia Marzano ha detto che la cittadinanza sarà davvero digitale quando ci sarà l’inclusione di tutti. Oggi solo il 10% degli utenti accede ai servizi della Pa
Siamo d’accordo, l’inclusione è un tema fondamentale non solo per gli ipovedenti o per chi soffre di disabilità, noi andiamo oltre e diciamo che tanto più si lavora sulla semplicità dei servizi, e sulla user experience, tanto più ci sarà desiderio di utilizzare il servizio e quindi questo cambierà il rapporto con la Pubblica amministrazione.

Un problema è anche il mancato feedback: si entra in contatto con i servizi della Pa ma spesso non si ricevono risposte.
Questo purtroppo accade e anche molto spesso. Serve una condivisione di tutti gli step del processo. Non basta sottomettere una pratica e ricevere il risultato finale, e in mezzo c’è una scatola nera. Invece una condivisione di tutti i passaggi è fondamentale e aiuta ad avvicinare i cittadini alla Pubblica amministrazione e a rendere più veloci i processi.

Ma è solo un problema culturale come dice lei o anche di infrastrutture digitali?
Soprattutto culturale, e a maggior ragione di governance. In Italia non manca la tecnologia e di infrastrutture forse, in alcuni casi, ne abbiamo anche troppe. Il tema vero è una governance molto attenta e che aiuti le amministrazioni a concentrarsi sulla vera loro missione: offrire ai cittadini e alle imprese dei servizi, disinteressandosi della tecnologia perché questa già poggia su delle infrastrutture ordinate e governate in maniera centralizzata ma distribuite bene sul territorio e quindi facili da utilizzare.

Ma l’Agenzia per l’Italia digitale ha ancora un senso? Sembra essere la principale imputata di questo ritardo.
L’Agid ha ancora un senso e con il suo piano triennale ha riaccreditato fortemente la propria missione e il proprio ruolo nella qualifica dei servizi cloud, ‘iaas’, ‘pass’ e ‘saas’. Crediamo che insieme alla Consip, con le sue strategie di procurement, possano dare entrambi una fortissima spinta alla trasformazione digitale del Paese. Tutto questo però se vanno nella direzione di fornire strumenti semplici e
chiari per tutti i livelli delle amministrazioni pubbliche.

Perché tutti quelli che ci hanno provato alla fine hanno mollato. L’ultimo è stato Diego Piacentini, numero 2 di Amazon, era venuto in Italia per cambiare tutto e invece…
Sicuramente è difficile, siamo un Paese in cui l’architettura amministrativa è complessa, ha molti livelli di governo distribuiti e, quindi, la logica del Commissario è difficile, ovvero quella di accentrare tutti i poteri in una sola persona. Parlerei più del team piuttosto che di un solo uomo al comando. E comunque si sono svolti lavori importanti in questi mesi come quello dell’anagrafe residente, dove anche noi siamo stati coinvolti, che è una storia di un grande successo. L’avvicendamento dei singoli non è così importante ma ciò che conta è il team digitale. Piacentini, che ha lavorato molto bene, è stato sostituito per ragioni di avvicendamento politico, però è rimasto il team e le persone che con le loro competenze svolgono un ruolo fondamentale nella digitalizzazione della Pa.

Insomma, il futuro nella Pa è il digitale
Per forza. Digitale vuol dire trasparenza e dove c’è questa c’è più efficienza, meno corruzione e un’economia che funziona molto meglio.

 

di Giancarlo Salemi – intervista apparsa sul numero cartaceo di Fortune Italia di aprile 2019

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