19 Giugno 2019

La cura Draghi fa bene allo spread. Ma non alle banche

Giancarlo Salemi

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La scossa c’è stata. Gli impegni – acquisti di nuovi titoli di Stato, finanziamenti a basso costo alle banche e un possibile taglio dei tassi di interesse – presi dal governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, a Lisbona davanti ad una platea d’investitori e banchieri hanno prodotto il loro frutto. Lo spread è stato domato, scendendo dai massimi di 300 punti base toccati ad aprile sotto la soglia psicologica dei 250 punti e, per molti analisti, il differenziale con i bund potrebbe scendere ancora nelle prossime settimane.

Tutto bene, quindi? Non esattamente perché se qualcuno sorride, qualcun altro piange. E sono soprattutto i titoli bancari che, nonostante uno spread in discesa, continuano una stagione molto amara a Piazza Affari. “È l’altra faccia della medaglia – spiega a Fortune Italia il senior analyst di BpPrime di Londra, Emanuele Canegrati, economista presso il Tesoro e docente alla LUISS Business School e alla Sapienza di Roma – I tassi scendono perché la politica della Bce nei prossimi mesi sarà più accomodante e si spera in un ulteriore taglio dei tassi: tutto questo però non favorisce le banche, da Intesa a Unicredit, alle prese con il problema dei margini d’interesse. Insomma la prospettiva di un rialzo dei tassi si allunga tantissimo – l’ultimo venne fatto nel settembre del 2011 – e questo non piace ai bancari”.  Anche perché – avverte il broker londinese – la redditività delle banche è stata messa a dura prova in questi anni dai bassi tassi di interesse, con quelli sui depositi in negativo ormai da 5 anni.

Basta dare uno sguardo all’azionario della Borsa italiana alla voce banche per rendersi conto del disastro. L’indice Ftse Italia nell’ultimo anno ha registrato un -23,62%; se andiamo a due anni il dato diventa ancora più ampio a –26,62%. Eppure la nostra prima banca sul territorio, Intesa Sanpaolo, ha concluso il primo trimestre dell’anno con un utile netto superiore al miliardo di euro. Unicredit, la nostra banca più presente all’estero, ha registrato a sua volta un utile netto per 1,3 miliardi di euro. Ma di tutto questo non c’è traccia negli andamenti a Piazza Affari: i primi sei istituti bancari quotati hanno perso nei primi cinque mesi dell’anno oltre 11 miliardi di euro di capitalizzazione. Soffrono tutti gli istituti. “Se da una parte con l’abbassarsi dello spread c’è un miglioramento dovuto ai minori rendimenti dei Btp – prosegue Canegrati – dall’altra parte queste politiche monetarie estremamente espansive hanno minato la profittabilità delle banche. Queste guadagnano molto sul margine d’intermediazione quindi in un contesto di tassi che rimarranno ancora bassi il loro margine soffrirà tantissimo. Queste sono le critiche che sono giunte a Draghi soprattutto dagli istituti bancari tedeschi”. Insomma, gli impegni del governatore Draghi, che in teoria è entrato nel semestre bianco della Bce, se da una parte servono a stemperare lo spread, dall’altra stroncano le aspettative dei titoli bancari che aspettavano con ansia un rialzo dei tassi che si fa attendere da quasi 8 anni.

Non solo. Anche la situazione economica italiana pesa sull’andamento delle banche. “Balla una procedura d’infrazione che potrebbe essere aperta formalmente il prossimo 9 luglio – continua a spiegare il senior analyst di BpPrime – e le principali agenzie di rating sono pronte ad applicare un downgrading sulla solvibilità non solo sui titoli sovrani ma anche sugli istituti bancari. Poi ci sono tante situazioni bancarie non ancora risolte come quella della Popolare di Bari, di Carige, della stessa Mps e tutto un risiko bancario che si sperava potesse portare un po’ di luce al settore”.

Per le banche italiane poi resta aperto anche il tema degli npl, ovvero dei crediti per i quali la riscossione è incerta sia in termini di rispetto della scadenza sia per l’ammontare dell’esposizione. Nella pancia dei nostri istituti bancari ci sono almeno 79 miliardi di euro insolvibili, i cosiddetti crediti deteriorati. “Questo è il problema numero uno – sottolinea Canegrati – le banche hanno prestiti non rimborsati che pesano e il ciclo economico potrebbe girare in negativo e questo preoccupa dal momento che non si riescono a smaltire e se l’economia italiana piomberà in recessione questo sarà un’ulteriore tegola che si abbatterà sulle nostre banche perché comporterà anche un ripensamento delle modalità con cui i nostri istituti erogheranno il credito alle imprese, credito che si è già particolarmente ristretto negli ultimi anni”.

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