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La credibilità persa della politica

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“Dotto’, qua la verità è una sola: ognuno pensa al culo suo”. La sintesi è brutale, come solo un barista romano sa essere. Arriva al termine del solito scambio di battute che scade quasi sempre nell’antipolitica. In genere, un compromesso per lasciare uno spiraglio si trova. Ma stavolta è difficile contestare una tesi tanto elementare quanto solida. La politica italiana sta mostrando il suo lato peggiore, quello che guarda solo all’autoconservazione. Tutti si stanno muovendo in difesa di una poltrona, di una posizione, di una porzione di potere acquisita. I richiami all’interesse del Paese sono buttati nel calderone e sono funzionali a un percorso di parte, sempre più contorto, per raggiungere un obiettivo di parte.

Si dirà che la politica è contrapposizione di interessi di parte, che la storia, soprattutto quella degli ultimi vent’anni, è piena di precedenti del genere. Ma ci sono una serie di fattori che oggi rendono il confronto politico sempre più lontano dalla realtà, sempre più distante dagli interessi reali del Paese. Il frullatore della comunicazione, alimentato a flusso continuo dai social network, rende il rapporto con i fatti e con i comportamenti sempre più frenetico. Al punto che si può dire e fare il contrario di quello che si è sostenuto e fatto fino al giorno prima senza nessuna conseguenza. La politica, con le sue distorsioni e le sue tentazioni congenite, fino a qualche anno fa era costretta comunque a fare i conti con la propria credibilità e con la propria reputazione. Doveva difenderle per presentarsi all’appuntamento con le elezioni con le carte in regola per farsi scegliere dagli elettori. Il consenso passava per i fatti, per le scelte, per le decisione assunte. Oggi è cambiato il contesto e anche l’interlocutore al quale rivolgersi. Tra un post e un like, l’elettore è diventato un ‘tifoso’ che vive di slogan, di sfottò, di contrapposizione da curva. Il messaggio che gira è tanto più efficace quanto più è semplice, immediato: ‘prima noi’, ‘noi contro loro’. Così diventa una scelta vantaggiosa in termini di consenso fare una conferenza stampa in spiaggia con un cocktail in mano. E, allo stesso modo, ‘mai con i Cinquestelle’ può diventare ‘ora vanno bene i Cinquestelle’, oppure ‘è tutta colpa del Pd’ può essere la premessa per pensare a un’alleanza con il Pd.

Dietro ci sono soprattutto piccoli percorsi personali, al massimo piccole storie di gruppi di potere che hanno trovato spazio politico, non sono stati capaci di gestirlo e finiscono a difenderlo con ogni mezzo. Se fossero valutati in termini di credibilità e reputazione sarebbero spazzati via. La corsa scomposta di questi giorni vede l’uomo forte della politica italiana, Matteo Salvini, muoversi con scarsa sensibilità istituzionale, e forse anche con poca accortezza politica, ma puntare con sufficiente chiarezza l’obiettivo dichiarato: misurare alle urne il proprio consenso e, nella sua infelice e pericolosa accezione, “ottenere dagli italiani pieni poteri”. Gli altri si affannano a trovare la strada per evitare il confronto con gli elettori-tifosi, cercando spazio per allontanare nel tempo il ritorno al voto. Intanto, il tanto invocato Paese continua a soffrire per l’ormai cronica incapacità della politica di fornire le risposte che servono, prima di tutto all’economia.

L’altro fattore rilevante è la capacità di raccontare tutto questo. Non ha senso, ora e qui, parlare della crisi della stampa italiana. Ma esiste un tema di fondo che in questi giorni torna a emergere con forza. La politica, nel frullatore in cui finisce l’informazione (e la disinformazione) a getto continuo, è sempre capace di trovare la complicità interessata di parte della stampa, pronta anche lei a tramare per conservare posizioni o a lavorare per acquisirne di nuove. E, anche in questo caso, credibilità e reputazione servirebbero a migliorare il rapporto con il lettore, a tentare di recuperare l’elettore, riportando i tifosi negli stadi di calcio.