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24 Agosto 2019

Il dilemma del Quirinale, per M5S-Lega non basta un accordo

Fabio Insenga

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Le decisioni spettano al Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Tutti, almeno ufficialmente, si appellano alla saggezza istituzionale del Quirinale. E non potrebbe essere altrimenti. Spetta al Colle tirare le somme di quello che i partiti riusciranno a produrre in questi ultimi tre giorni che restano alle consultazioni di martedì.

Le indicazioni che sono arrivate alla chiusura del primo giro di ricognizione sono state calibrate per indirizzare il nuovo giro lungo l’unico sentiero possibile per arrivare a una soluzione che non sia lo scioglimento delle Camere: trovare un’intesa politica per dare vita a un governo solido, in grado di arrivare a fine legislatura. Mattarella ha usato, in particolare, due formule chiare. Primo, “ho il dovere ineludibile di non precludere l’espressione di volontà maggioritaria del Parlamento”. Secondo, “sono possibili solo governi che ottengono la fiducia del Parlamento con accordi dei gruppi su un programma per governare il Paese, in mancanza di queste condizioni la strada è quella delle elezioni”. L’altro passaggio che in queste ore è importante ricordare è quello in cui il Capo dello Stato ha riassunto l’origine della crisi: “C’è stata una rottura polemica tra i due partiti che componevano la maggioranza”.

Con queste premesse, l’ipotesi di un accordo tra Movimento Cinquestelle e Pd trova una lettura relativamente semplice. Il governo si farà se sarà garantita la condivisione di un premier autorevole e di un programma credibile. Due condizioni al momento ancora difficili da soddisfare ma, tutto sommato, lineari. Allo stesso modo, senza l’espressione di una nuova solida maggioranza politica la strada delle urne è obbligata.

C’e’ però una terza opzione che in queste ore sembra tornare concreta, nonostante la clamorosa rottura di appena una settimana fa. Se veramente M5S e Lega tornassero al Quirinale sostenendo di poter formare insieme un nuovo governo, si porrebbe per il Quirinale un dilemma difficile da risolvere. Da una parte, l’indicazione chiara di una maggioranza renderebbe complicato per Mattarella chiudere la porta. Dall’altra, è altrettanto improbabile che si possa cancellare tutto quello che è successo, dalla mozione di sfiducia della Lega a Giuseppe Conte fino al duro attacco del premier al suo ministro dell’Interno Matteo Salvini. Non basta una stretta di mano tra chi fino a ieri ha tentato in ogni modo di affondare una maggioranza e una legislatura, la Lega, e chi ha reagito dando del traditore e dell’inaffidabile all’ex alleato, M5S. Non solo. Un nuovo governo giallo-verde sarebbe percepito come un insulto alla ragione da chi, Commissione Ue e mercati in testa, deve misurare la credibilità di un Paese che è tornato a rappresentare un pericolo per la stabilità del Vecchio Continente.

Se il Capo dello Stato decidesse di attenersi strettamente al dettato della Costituzione, come ha sempre fatto, avrebbe poco spazio per opporsi a un nuovo tentativo populista in presenza di una maggioranza solida, almeno numericamente. Se, invece, interpretasse il suo ruolo con maggiore attitudine ‘politica’, come altri Presidenti prima di lui hanno fatto più volte, potrebbe porre una serie di paletti, a partire dalle persone, dai ruoli di chi la crisi l’ha vissuta da protagonista (leggasi Matteo Salvini), che potrebbero complicare la nascita di un nuovo esecutivo giallo-verde. Tutto questo, è il ragionamento di chi conosce bene il Presidente Sergio Mattarella, qualora si verificasse un’ipotesi del genere, sarebbe valutato nei minimi dettagli, con il consueto contributo di tutti i suoi fidati collaboratori.

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