29 Ottobre 2019

M5S e PD, ultima chiamata prima della resa

Fabio Insenga

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I due principali azionisti del governo hanno clamorosamente perso le elezioni in Umbria. E la proporzione della sconfitta è tale da rendere un voto locale qualcosa di più significativo di un passo falso. Le urne dovrebbero suggerire a Pd e Cinquestelle un’analisi più profonda rispetto a quella che hanno messo sul tavolo i due rispettivi leader. In una sintesi estrema, per Luigi Di Maio la colpa è dell’alleanza con il Pd (“non funziona, è impraticabile”) e per Nicola Zingaretti la colpa è “dell’eredità di Matteo Renzi”. Può esserci anche del vero in entrambe le affermazioni ma il punto sostanziale è un altro. La credibilità dei due soggetti politici è in calo costante (quella dei Cinquestelle in uno stadio avanzato di liquefazione) e il consenso della proposta populista e sovranista, che ruota intorno a un leader come Matteo Salvini, è in crescita altrettanto costante. L’analisi dei flussi elettorali conferma il travaso diretto di voti dal M5S alla coalizione di destra. Non serve un politologo per capire che senza un elemento forte di discontinuità questo trend è destinato ad accentuarsi ancora nei prossimi mesi.

Il primo passo da compiere sarebbe quindi l’ammissione di un dato difficilmente confutabile. La colpa della sconfitta dell’alleanza M5S-Pd è soprattutto dell’assenza di una proposta politica alternativa a quella ormai metabolizzata, ed evidentemente apprezzata dalla società italiana, di stampo salviniano. Mettere insieme due convenienze, l’opportunità di non andare alle elezioni nazionali in questa fase, e una serie incalcolabile di differenze, rivendicate e ostentate, fino a farne una conflittualità quotidiana, non basta per fare una coalizione in grado di convincere elettori che non siano fedeli a prescindere. Il secondo passo da fare, difficilissimo nelle condizioni date, sarebbe produrre una reazione condivisa.

Il voto in Umbria focalizza quindi ancora una volta l’attenzione sul tema principale: la natura e il futuro di questo governo. C’è una sola possibilità che possono cogliere i due partiti principali che lo sostengono. Uscire dall’angolo in cui sono, posizione da cui non possono far altro che attendere nuove debacle, regione per regione, e investire tutte le energie a disposizione in una svolta nella politica economica, nei contenuti, nell’azione di governo. È vero, la manovra che il Parlamento si appresta a discutere sconta la pesante eredità dell’esperienza giallo-verde e i margini ridotti dalle esigenze di bilancio. Ma c’è la possibilità di fare scelte strategiche che possano dare un segno, indirizzare il 2020 su un percorso che possa costruire la prospettiva di un cambiamento reale e anche percepibile dagli elettori. Servirebbero due/tre misure su cui investire tutto. Un suggerimento: il taglio del costo del lavoro all’interno di una riforma fiscale vera, investimenti in ricerca e innovazione e un piano per le infrastrutture, da finanziare in buona parte anche con fondi già stanziati.

Sono in grado i leader di M5S e Pd di scommettere su un orizzonte che non sia lo stesso di Salvini? Il consenso facile, quello degli slogan, ormai è perso. Per andare a contendere elettori a una macchina ormai rodata servirebbe un salto di qualità. Servirebbe una politica capace di trovare risposte strutturali, di proporre un’idea di futuro che non sia solo la mancia da ‘allungare’ a questa o a quella categoria da proteggere. Siamo all’ultima chiamata. Altrimenti, meglio la resa. Quante possibilità ci sono che tutto questo possa accadere? Poche. Ma prima di alzare definitivamente le mani, forse vale la pena fare un tentativo.

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