1 Novembre 2019

La scomparsa silenziosa degli sportelli bancari

Fortune

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Come cambiano i paesi e i quartieri delle città dopo la dismissione degli sportelli bancari. Secondo i dati di Bankitalia, sono sparite 9mila filiali negli ultimi 10 anni. Di Argentarius.

Senza tanti clamori e ‘grida di dolore’, i quartieri, centrali e periferici, delle nostre città stanno cambiando volto per la scomparsa silenziosa di uno dei loro protagonisti degli ultimi 25 anni: gli sportelli bancari. Chi lavora nel settore o i consumatori più attenti se ne sono accorti, filiali grandi e piccine, recenti o un po’ datate, in palazzi storici o in edifici moderni, vengono spazzate via e ridotte a gusci vuoti o convertite in altro: dalle rivendite di frutta agli empori, passando per boutique di abbigliamento e piccoli supermercati. Tutte cancellate da una tecnologia inarrestabile. Bonifici, rendiconti, acquisto e cessione di azioni, pagamenti di utenze, persino accensione di mutui e prestiti, vengono sempre più eseguiti dal pc o dallo smartphone.

Le operazioni da ‘remoto’ sono oramai il 65% del totale. E il numero di volte che ciascun cliente, ogni mese, materialmente varca la soglia di una filiale, per ragioni indifferibili come una firma o una consulenza, è in caduta libera. Secondo gli ultimi dati dell’osservatorio banche-clienti Abi e Ipsos, quasi la metà ci va meno di una volta al mese. In pratica in dieci anni il numero delle visite in agenzia si è ridotto di oltre un quarto.  Ma non è di questo che vogliamo parlare qui né della mutazione che le stesse filiali superstiti stanno compiendo. Una mutazione che le vede trasformarsi da luoghi blindati, protetti da metal detector, guardie giurate e telecamere, luoghi di lunghe file, di cassieri che umettano le dita per contare le banconote, di discussioni interminabili per una operazione o per una commissione, a posti sempre più ‘aperti’, simili a luminosi salottini, disseminati di totem informatici e connessioni dove chiedere una consulenza o un piano pensioni.

In 674 comuni non ci sono più sportelli

Tutto giusto, tutto interessante da analizzare e vivere come osservatori e clienti. Ma l’aspetto forse meno esplorato di questa trasformazione radicale è un altro, e riguarda più le conseguenze ‘all’esterno’. La filiale o sportello bancario, a partire dalla liberalizzazione delle aperture concessa negli anni ‘90 (prima occorreva chiedere una specifica autorizzazione) è stata uno dei protagonisti del mercato immobiliare italiano e un soggetto attivo della vita sociale e commerciale dei quartieri in cui si insediava. Dai 17mila sportelli registrati dalla Banca d’Italia nel 1990 si era passati con una corsa vertiginosa ai 34mila del picco del 2008 (salvo poi vedere una discesa agli attuali 25mila).

Ora in alcuni comuni (674, secondo i calcoli del sindacato di categoria First), non ci sono più sportelli bancari. E, come sottolinea il presidente dell’associazione bancaria Antonio Patuelli, in alcuni casi le autorità locali scrivono alle direzioni generali delle banche di non cancellare l’unica filiale superstite, quasi come si organizzano petizioni per non chiudere l’ultimo ambulatorio o stazione dei carabinieri. Appelli accorati che fanno sembrare lontani i tempi in cui molti, forse non tutti ma quasi, capoluoghi di provincia annoveravano una o più sedi centrali di una banca, cassa di risparmio, monte dei pegni, istituto popolare, credito cooperativo. Una presenza spazzata via dalle aggregazioni e dalla nascita dei grandi gruppi bancari che hanno centralizzato quasi tutto a Milano.   

Le filiali bancarie hanno, si diceva, un impatto non solo economico ma anche sociale, sulla vita di chi ci lavora e di chi abita nelle vicinanze. Un indotto difficile da quantificare anche per gli addetti ai lavori. Più empiricamente fa sensazione pensare ai caffè e i pranzi consumati dai bancari in giacca e cravatta nei bar e ristoranti dove sciamano all’ora di pranzo o a metà mattina. Incassi che ora si volatilizzano, causa i clienti fissi che vengono a mancare. Clienti a volte amati, quasi sempre rispettati, perché “con la banca prima o poi si ha a che fare e aiuta avere una mano”.

Addio quindi anche agli acquisti nei negozi di oggettistica e di articoli da regalo nelle vicinanze (i bancari si sentivano parte della classe media, con tutti i suoi riti di celebrazioni e ricorrenze), a quelli nei supermercati e alimentari alla fine del turno, alle tintorie dove far stirare camicie, abiti e cravatte, look imprescindibile di ognuno dei lavoratori. Via le copie del Corriere o del ‘Sole’ riservate ogni mattina dall’edicolante. Niente auto del direttore di filiale nel garage ad ore all’angolo, non più i capannelli di colleghi alla fermata del bus. Flussi di denaro che scompaiono ma quelle che vengono meno sono anche presenze, abitudini e apparenze. Elementi impalpabili che però ci fan dare un ‘colore’, una preferenza e perché no un nome, a un quartiere o una zona, insomma al vissuto dei suoi cittadini. E se il cambiamento, spesso, nella civiltà Occidentale (e ora globale) è foriero di novità positive, di innovazione, di avanzamento, della nascita della ‘smart city’, allora occorre dare un’occhiata a chi ha colmato quel vuoto, a chi ha sostituito quei luoghi.

9000 filiali scomparse in dieci anni

I numeri vengono in parziale aiuto. Quante filiali sono scomparse? I dati della Banca d’Italia dicono che appunto sono state più di 9mila in 10 anni, con una furiosa accelerazione negli ultimi due. E altre duemila dovrebbero essere dismesse nei prossimi due anni. 

Le filiali ora sono un peso per le banche e i loro bilanci. Un tempo erano un ottimo investimento che permetteva di avere, allo stesso tempo, un asset patrimonialmente valido e solido e una fonte di ricavi e margini tanto più alti quanto migliori erano la posizione sul terreno e la maglia ‘stretta’ sul territorio. E quindi ogni filiale era valutata con dei multipli, certificati da fior di consulenze, a seconda della zona del Paese, della sua posizione e del periodo dell’operazione. Tutti parametri oramai stravolti e colpisce leggere adesso i valori inseriti negli accordi di cessione di sportelli di quegli anni.  

È frequente oramai vedere in zone, anche commerciali o di pregio delle città, filiali svuotate e desolatamente vuote con vetrine coperte da grandi fogli bianchi o con sbiaditi poster dove si pubblicizza l’ultimo mutuo o prodotto finanziario di due anni fa. Eh sì, perché anche liberarsi delle filiali non è facile. La cessione, visti gli attuali prezzi, comporta a volte delle minusvalenze, la disdetta degli affitti e oneri gravosi. Dismettere una filiale vuole dire costi di trasloco, di smontaggio dei pesanti vetri blindati, del disarmo della camera di sicurezza e del bancomat per diverse migliaia di euro, come spiegano fonti del settore.

E poi c’è un’Italia immobiliare ma più in generale economica dove il ‘cavallo non beve’. E qui torniamo all’inizio della nostra storia: i quartieri delle nostre città. La lunga crisi e la ripresa diseguale, incerta e non brillante, del nostro Paese non aiuta certo la riconversione di una massa simile di spazi anche se a saldo, anche se ben posizionati nei migliori angoli e strade. Usando il più comune motore di ricerca su Internet e digitando ‘vendita o affitto ex filiale bancaria’ sono numerosissimi i risultati. Si tratta di locali mediamente grandi: dai 200 a 400 mq di solito ma con tagli anche più grandi, non proprio facilissimi da cedere. La crisi del piccolo e medio commercio (dovuta alla tassazione, l’invecchiamento della popolazione, la concorrenza dei centri commerciali e dell’online) inflaziona già abbastanza l’offerta di spazi. E la domanda non è esaltante. Le quotazioni, come recita l’ultimo rapporto dell’Agenzia delle Entrate sulle vendite degli immobili non residenziali delle categoria ‘negozi’ sono in ripresa solo in alcune limitate zone e comunque si trovano ancora ben distanti dai livelli pre-crisi. Le compravendite sono in rialzo dopo il tracollo delle crisi e con andamento costante dal 2014 ma anche qui c’è molto da recuperare. E se in aree dinamiche come la celebrata Milano si assiste un buon rialzo, anche lì, in quartieri meno dinamici, può accadere che le filiali restino ancora invendute, sempre più spettrali e polverose in attesa di un compratore. E in altri ambiti, come i quartieri residenziali dove appunto i negozi piccoli e medi sono stati falcidiati, le filiali a volte vengono riconvertite ad attività di basso valore aggiunto.

Senza cadere nella retorica e nella strumentalizzazione politica, è un fatto che le nuove attività commerciali siano spesso piccoli esercizi gestiti da immigrati i quali, semplicemente, occupano spazi abbandonati con nuove energie e nuove forze, sebbene scarse. Secondo i dati di Unioncamere, l’imprenditoria straniera oramai vanta oltre 600mila imprese, il 9,9% del totale. Di queste, 470mila (l’80% circa) sono micro-imprese individuali: commercio al dettaglio, call center, abbigliamento. Attività molte volte a conduzione familiare (con famiglie certo più ‘allargate’ delle nostre oramai mononucleari e striminzite) portate avanti con sacrifici personali e magari attraverso forti indebitamenti nei paesi di origine. Ma che sarebbe riduttivo classificare in un’unica categoria e che a volte appunto rivitalizzano o sostituiscono attività abbandonate. E proprio in questo serbatoio inesplorato di imprenditori e commercianti, piccoli certo e con un campo di azione limitato, che le banche negli ultimi tempi stanno trovando nuovi clienti non ‘bancarizzati’, senza carte di credito e di debito, senza assicurazioni. Clienti che, caso della storia, magari hanno le loro attività proprio nelle loro ex filiali. 

 

Articolo di Argentarius apparso sul numero di Fortune Italia di settembre 2019.

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