3 Novembre 2019

Finanza (poco) etica: il labirinto dei fondi Esg

Fortune

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Tra fondi Esg e parametri Sri l’offerta reale è molto diversa rispetto a quella pubblicizzata. Le strategie degli intermediari tradizionali e quelle di Banca Etica. Di Fabio Insenga

Quando il consulente ha già indicato decine di fondi diversi, sintetizzando rapidamente informazioni che andrebbero invece approfondite con cura, la domanda arriva secca: vorrei investire in qualcosa di etico, che prodotti avete? Quanti ne vuole, rendono anche meglio di tanti altri, è la risposta. E anche in questo caso le caratteristiche di ogni singolo fondo, depliant alla mano, sono sciorinate quasi a memoria. Il consulente lavora per Unicredit ma non ha problemi a proporre prodotti Amundi (gruppo Credit Agricole), che ha acquisito Pioneer proprio dalla banca di Piazza Gae Aulenti. Sono tutti “investimenti responsabili” che esaltano la capacità di offrire “soluzioni di investimento innovative”. Altro giro, altro consulente. Questa volta, il padrone di casa è Intesa SanPaolo. Sulla parete, alle spalle della scrivania alla quale siamo seduti, ci sono affissi una serie di diplomi che attestano la formazione del professionista a cui ci siamo rivolti. Stessa impostazione, ma questa volta gli ordini di scuderia possono rimanere all’interno dello stesso gruppo bancario. I prodotti più ‘spinti’ sono quelli di Eurizon. Quelli a rendimento più alto, non garantito, sono due: uno “investe in green bonds internazionali”, l’altro in società “in grado di gestire al meglio l’impatto sull’ambiente e sulla comunità”. Per chiudere il cerchio, lo sportello al pubblico di Banca Etica. I prodotti sono tutti di Etica Sgr e in questo caso, non potrebbe essere altrimenti, la scelta di campo è integrale: solo titoli selezionati e finanza sostenibile.

La fotografia dei dati Assogestioni

La rapida ricognizione consente di farsi un’idea su un fenomeno che i numeri riescono a definire con maggiore precisione. I dati di Assogestioni ne segnalano soprattutto uno, significativo. La sproporzione tra i circa 20 mld movimentati dal mondo Esg (enviromental, social and governance) e il totale della massa gestita pari in Italia a circa 1.000 mld. I fondi con mandato Sri quella che rientra nei parametri più stringenti Sri (socially responsible investing), vale quindi intorno al 2% dei fondi comuni aperti, quella che privilegia il rendimento e che investe a prescindere dalla ‘buona condotta’ di chi emette i titoli. Peraltro la proporzione è la stessa se si guarda in casa dell’intermediario che ha la quota di mercato più alta (29,4%), Eurizon (Intesa SanPaolo): al 31 marzo 2019 aveva 25 fondi Esg che gestivano un patrimonio di 5,94 mld di euro. Questo, a fronte di un patrimonio gestito complessivo pari a 306,9 mld, sempre al 31 marzo. Il rapporto resta inchiodato intorno al 2%. Quando lo facciamo notare al consulente, la replica è piuttosto ingessata: “è chiaro che un gruppo come il nostro non investe solo in un modo. Ma lei ha la certezza di mettere i suoi soldi in un prodotto sostenibile se sceglie un nostro prodotto sostenibile”.   

Un concetto chiaro ma non così scontato come sembra. L’altro tema sostanziale, che non è solo di wording, riguarda infatti chi e cosa possa proclamarsi etico e sostenibile. Gli investimenti Sri escludono determinati settori dal portafoglio sulla base di principi etici degli investitori (per esempio, tabacco, gioco d’azzardo, armi, pornografia). Ma non c’è ancora una definizione normata. La Commissione Ue sta lavorando per codificarne una, almeno per gli aspetti green, legati al climate change. In attesa di questo passo avanti, comunque parziale, l’utilizzo del greenwashing – strategie di comunicazione che costruiscono un’immagine positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale e distolgono l’attenzione dagli aspetti negativi – resta piuttosto diffuso. Così come è evidente che prendere un prodotto sostenibile da uno scaffale in cui ci sono prodotti di varia natura, con lo stesso intermediario che magari investe etico con un fondo e finanzia produttori di armi o aziende che sfruttano il lavoro minorile con altri, non vuol dire fare una scelta così ‘pulita’. Nonostante questo, l’impatto a livello di comunicazione è considerato un fattore rilevante da tutti gli istituti di credito. “In tutte le nostre riunioni periodiche con la rete, l’indicazione che arriva dall’alto è quella di spingere con la clientela su un messaggio chiaro: investire sostenibile è un comportamento che il mercato premia”, sintetizza il consulente di Unicredit. Stessa sensibilità in casa Intesa SanPaolo: “le faccio vedere… i primi sette fondi della lista che le sto proponendo hanno l’etichetta Esg”.

Come si muove il primo gestore del mercato

Ecco, una prima distinzione sostanziale può essere fatta analizzando proprio il comportamento del primo operatore per quota di mercato. I prodotti caratterizzati da screening Esg di Eurizon, si legge sul sito della società, “si pongono obiettivi distinti rispetto all’investimento etico”. L’analisi Esg, infatti, si puntualizza correttamente, “non esclude a priori le aziende sulla base della natura del loro business; stima le conseguenze sulla profittabilità futura del modo con cui ogni azienda gestisce l’impatto del proprio business sull’ambiente e sulle comunità in cui opera; si concentra sulla ‘materialità’ degli impatti sociali ed ambientali con l’obiettivo di arricchire il set informativo del processo di selezione delle aziende”. In sostanza, una serie di valutazioni ‘flessibili’. Diverso l’approccio ai prodotti etici. “Si prefiggono l’obiettivo di incrementare nel tempo il valore dei capitali conferiti attuando una politica d’investimento ispirata a rigorosi principi etici. Tutti i prodotti appartengono al cosiddetto ‘sistema etico’ e prevedono anche una devoluzione dei ricavi”. L’investimento etico “elimina a priori dall’universo investibile tutte le aziende che sono coinvolte in attività ritenute controverse. I settori più comunemente esclusi sono nucleare, armamenti e tabacco”, conferma la vision di Eurizon.

 

Il presidio ambientalista davanti a Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, nel giorno dell’assemblea di Unicredit dell’11 aprile 2019 . In evidenza gli striscioni ‘Fossil banks no thanks’. ANSA/FABIO PEREGO

 

L’esperienza decennale di Banca Etica

Per andare a scavare più a fondo, è bene entrare in casa di chi la finanza etica l’ha importata in Italia. Roberto Grossi, Vice Direttore di Etica Sgr, la società di investimenti di Banca Etica, racconta gli esordi nel 2000 e i tre anni di lavoro che sono stati necessari per lanciare sul mercato i primi fondi, nel 2003. “All’epoca, non ne parlava nessuno e siamo andati in giro per il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, a cercare best practice”. Da quell’esperienza sono nati i criteri rigorosi che oggi regolano la selezione degli investimenti. Etica Sgr si avvale anche di un team di analisti interno e di un Comitato Etico indipendente ed autonomo, composto da membri scelti tra personalità di alto profilo morale e di riconosciuta esperienza nel campo del sociale, dell’ambiente, dell’impegno civile, del mondo religioso, dell’università e che resta in carica tre anni. “Ci danno un parere nella costruzione del nostro panel, facciamo un’analisi su diversi settori: l’universo investibile è realizzato con una metodologia rigorosa, che richiede continui aggiornamenti”, spiega Grossi. La società esercita anche con scrupolo il ruolo di azionista attivo. “Dialoghiamo con il management delle società in cui investiamo e, in alcune occasioni, il nostro punto di vista viene percepito come una sorta di consulenza gratuita che orienta le decisioni dell’investitore etico”. Peraltro, in alcuni casi, i fondi di Etica Sgr investono in società con un orizzonte temporale di medio-lungo periodo per agevolare il dialogo con il management delle aziende. “Esercitiamo il ruolo dell’azionista attivo, che cerca di stimolare le aziende a intraprendere pratiche virtuose, anche durante le assemblee degli azionisti”. Un’attività di engagement che viene puntualmente rendicontata: nel corso del 2018 Etica Sgr ha dialogato con 125 società internazionali rivolgendo ai manager più di 500 domande su tematiche di responsabilità socio-ambientale e politiche aziendali; ha partecipato alle assemblee di 21 società votando più di 150 punti all’ordine del giorno. È interessante notare come in alcuni casi si possa arrivare a disinvestire. Per esempio anni fa sono stati eliminati dal paniere degli emittenti investibili i titoli di Stato canadesi, quando il Canada ha disatteso gli impegni del protocollo di Kyoto. Altrettanto eloquente il caso di France Telecom. Nel 2009, la società di investimento di Banca Etica ha preso la decisione di dismettere tutte le azioni della società di telecomunicazioni a causa della catena di suicidi che ha visto 24 dipendenti della società togliersi la vita in un anno e mezzo. Questo, nonostante France Telecom abbia sempre mantenuto buone performance nell’ambito della responsabilità socio-ambientale in base alle valutazioni fornite dalle principali analisi Esg. Stessa logica nella scelta di non investire in titoli di Stato di Paesi in cui sia riconosciuta la pena di morte. Escludere i treasury bond americani è in questo senso una presa di posizione eloquente.  

Un’altra caratteristica importante dell’investimento realmente sostenibile è l’approccio orientato al lungo termine. Spesso, una delle valutazioni prioritarie nelle scelte di Etica Sgr riguarda anche le politiche sul dividendo, affinché siano sostenibili anche da un punto di vista economico, per esempio guardando ai livelli di indebitamento dell’azienda.   

Strettamente legato al tema della trasparenza, quello dell’educazione finanziaria. Sulla capacità di valutare correttamente un investimento si gioca anche la possibilità di isolare la vera finanza etica da quella solo ‘pubblicizzata’. In questo senso, il fattore positivo riguarda la tendenza delle nuove generazioni a informarsi in maniera proattiva, sviluppando una sensibilità maggiore rispetto alla scelta di prodotti realmente sostenibili. Anche per questo, la sgr di Banca Etica rispetto al resto dell’industria ha un cliente mediamente più giovane e ha una maggioranza di clienti di genere femminile (il 52%). L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare ancora. E una delle leve principali da usare è quella della formazione: Etica Sgr fa formazione attraverso gli strumenti tradizionali, a partire dal sito Internet, e con la presenza nelle scuole e nelle università. Un lavoro che va fatto anche sugli addetti ai lavori. Interessante l’azione attraverso EticAcademy, un’iniziativa di Etica Sgr rivolta ai partner commerciali: si avvale di docenti interni ed esterni al gruppo, con il coinvolgimento anche di enti terzi e università. L’accademia prevede anche moduli formativi a distanza e mira a coordinare le molteplici attività di educazione finanziaria già abitualmente svolte da Etica Sgr per promuovere i valori della finanza etica. Un contributo importante, anche se complementare, può arrivare dalla trasformazione digitale. Una frontiera da esplorare è quella dell’analisi Esg attraverso i big data. Ma le scelte, più o meno etiche, continueranno a spettare alle persone. Siano risparmiatori, regolatori o manager di banche e gestori.

 

Articolo di Fabio Insenga apparso sul numero di Fortune Italia di settembre 2019.

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