28 Novembre 2019

Nazionalizzazione Alitalia, per fare cosa?

Fabio Insenga

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Puntuale, alla fine, torna la nazionalizzazione. Nella perenne agonia di Alitalia è un tema che ricorre. Tra vecchia e nuova compagnia, passando per bad company e new company, la storia dell’aerolinea è fatta di cicli che partono da una fase di crisi acuta, passano per un’illusione di mercato, e tornano inevitabilmente allo Stato. Guardare indietro serve a capire da dove arrivano i guai di oggi. Si sono susseguiti errori, gestioni discutibili, poca lungimiranza della politica e anche del sindacato. Tentare di guardare avanti è invece l’unica strada possibile per chi, il governo in carica, deve trovare una soluzione.

Gli osservatori, tutti, esprimono legittimamente il proprio punto di vista. Si va dai liberisti più irriducibili, che vedono nell’intervento dello Stato il male assoluto, agli statalisti più convinti, che vedono nella nazionalizzazione un approdo ‘naturale’ per un’azienda in gravissima difficoltà e con il peso specifico di Alitalia. C’è una terza scuola di pensiero. Quella di chi pensa che Alitalia, tutto sommato, possa anche essere lasciata fallire. Sono gli stessi che sostengono anche che, tutto sommato, anche l’Ilva possa chiudere.

Prendere una posizione netta, in questo ampio ventaglio di opzioni, è un azzardo. Soprattutto perché la complessità della situazione suggerisce di non ricorrere a semplificazioni. C’è però qualche punto fermo che si può mettere. Il primo, fondamentale, vale sia per Alitalia sia per Ilva e implica una responsabilità politica: non è possibile governare questo Paese senza avere un’idea chiara della politica industriale che si vuole fare. La prima domanda da porsi è cosa può e deve essere Alitalia. Le risposte possibili sono due: o è un asset strategico e quindi merita anche il coinvolgimento diretto dello Stato, pur di scongiurare il fallimento. Oppure, è un’azienda come le altre, e può anche fallire.

È chiaro che la seconda opzione porta con sé uno scenario più definito. Andrebbero gestite tutte le ricadute sul piano occupazione, quelle dirette e quelle indirette per tutto l’indotto, e tutte le conseguenze sul piano operativo, a partire dal futuro dei collegamenti aerei in Italia e da e per l’Italia. E se sul fronte occupazionale e industriale l’impatto di un fallimento sarebbe sicuramente grave, è ipotizzabile che il mercato possa in tempo ragionevole assorbire l’impatto con la sostituzione di altri vettori sulle tratte oggi coperte da Alitalia.

La prima opzione, invece, apre uno scenario più articolato. E implica una serie di riflessioni su come si può salvare la compagnia aerea, su come si può gestirla e, soprattutto, sul futuro che può avere. E sono due le variabili in grado di determinare tutto il resto: chi mette le risorse, il capitale, necessario; quale può essere un piano industriale che può consegnare la compagnia a un futuro stabile, fuori dalla perenne emergenza che ha segnato gli ultimi decenni.

Le parole spese oggi dal ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, avallano il dubbio concreto che nel governo ci sia ancora una buona dose di confusione. “La nazionalizzazione di Alitalia può non essere un evento negativo. Il problema è: la politica sarà in grado di individuare manager in grado di guidare l’azienda o solo manager trombati dalla politica?”. Già a questo punto chi ascolta capisce che siamo lontani da un’idea compiuta. Gli ulteriori dettagli che aggiunge il ministro non aiutano a fare chiarezza. Il percorso per rilanciare la compagnia, ha spiegato, potrebbe essere quello “di fare una struttura commissariale che abbia come obiettivo la ristrutturazione e poi la remissione sul mercato o la nazionalizzazione”. Ma prima di tutto “bisogna agire fortemente sulla componente costo”.

L’unica sintesi possibile è che il governo sta pensando alla nazionalizzazione. Resta una domanda, piuttosto elementare. Per fare cosa? Per comprare altro tempo, e quindi sprecare altre risorse pubbliche, o per costruire un futuro che può contare su un piano industriale serio? Nel secondo caso, è indispensabile un socio forte, un’altra compagnia aerea. Gli ultimi mesi hanno dimostrato che l’unica soluzione concreta porta al momento a Lufthansa. E il prezzo da pagare è sempre lo stesso: un ridimensionamento del perimetro e della forza lavoro.

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