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16 Luglio 2020

Autostrade, economia e frottole

Fabio Insenga

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La distanza fra la realtà e la rappresentazione che ne fa la propaganda è sempre più spesso enorme. Ma ci sono alcuni dossier, come quello Autostrade, in un cui la sproporzione diventa quasi surreale. Quando si parla di economia e di finanza dovrebbe essere più difficile confezionare e diffondere informazioni scorrette, in alcuni casi vere e proprie frottole. Non fosse altro perché si presuppone che chi ne parla abbia almeno un’idea, seppure approssimativa, di quello che dice. E, invece, la tentazione di fare di argomenti tecnici uno strumento di polemica politica è evidentemente più forte di qualsiasi fondamento economico.

 

L’accordo faticosamente raggiunto su Autostrade è un compromesso, il risultato di una trattativa. E mettere da una parte i vincitori e dall’altra i vinti è, stando ai fatti, un’operazione che ha poco contenuto economico. Ci sono invece teorie che vengono in queste ore sbandierate come verità assolute. Sono anche in contraddizione tra loro, per altro. A dimostrazione che vengono utilizzate a uso e consumo degli interessi di bandiera di chi le sostiene.

 

I Benetton sono fuori da Autostrade. Non è vero. Alla fine del percorso che prevede l’ingresso di Cdp in Atlantia, con un aumento di capitale dedicato, il successivo scorporo di Autostrade e la quotazione in Borsa, ai Benetton resterà una quota dell’11%. Se decideranno di tenere quella quota, resteranno azionisti della ‘nuova’ Autostrade. Quindi, nonostante i proclami del premier Giuseppe Conte, il pubblico, lo Stato tramite Cdp, sarà socio dei Benetton.

 

I Benetton non sono stati cacciati, sono stati pagati. Non è tecnicamente vero neanche questo. I proventi della cessione di quote di Atlantia, secondo l’accordo raggiunto, non possono essere distribuiti come dividendi ai soci. L’unico possibile introito diretto per la famiglia Benetton può derivare, a valle di un processo che durerà almeno un anno, proprio dalla cessione di quell’11%. E anche sostenere che dall’intera operazione possa derivare un aumento del valore di Atlantia, e quindi indirettamente un vantaggio economico per i Benetton, è piuttosto ardito.

 

I Benetton sono stati presi a schiaffi. Il copyright è di Alessandro Di Battista, fervente sostenitore della revoca ad ogni costo: “Io non ricordo, nel paese dove tutti gli scandali finiscono a tarallucci e vino, una famiglia di potenti presa a schiaffi come è stata presa ieri notte a schiaffi la famiglia Benetton grazie alla durezza di M5s e di Conte che ha sposato la linea M5s”. La linea M5S, però, era un’altra, come sempre sostenuto dallo stesso Di Battista: nessuna alternativa alla revoca della concessione.

 

La Borsa fa felici i Benetton. Il titolo Atlantia ha chiuso il 15 luglio, il giorno dopo la decisione sulla mancata revoca presa dal Cdm, in rialzo del 26,65%, con la capitalizzazione salita a 11,8 miliardi di euro. “I Benetton sono sicuramente contenti”, ha scandito il leader della Lega Matteo Salvini, parlando in aula al Senato. Ora, non è difficilissimo spiegare che, a seguito di una decisione che evita il quasi certo fallimento di una società, ci possa essere un rimbalzo, anche alimentato dalla speculazione. Basta aggiungere che il titolo Atlantia nel mese precedente, fino al 14 luglio, ha perso il 13% e che nei sei mesi precedenti ha perso oltre il 37% per sostenere che anche i Benetton hanno ben poco da essere felici per la performance di Borsa.

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