16 Gennaio 2020

Autostrade, intrigo anche internazionale

Morena Pivetti

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Sarebbe davvero paradossale se il Governo, che ha scelto di rinviare qualunque decisione, piccola o grande, a dopo le elezioni regionali in Emilia Romagna, decidesse di procedere, come annunciato da più parti, alla revoca delle concessioni autostradali ad Aspi proprio in questi giorni. Invece di riflettere e valutare per bene le conseguenze di una scelta ‘avventurosa’, che rischia di essere pagata dai contribuenti, alla fine di un lungo e imprevedibile contenzioso giudiziario davanti ai tribunali. Si fa presto a dire revoca, a fare i cavalieri bianchi, ma non saranno i politici, nel caso i giudici decidano risarcimenti a carico dello Stato, a mettere mano al portafoglio, saranno i contribuenti. E il conto potrebbe essere salato, nell’ordine di una legge Finanziaria.

Si fa presto a dire revoca, a far scattare l’allarme rosso nei fondi d’investimento stranieri azionisti di Aspi e di Atlantia e nelle banche che hanno erogato le linee di credito alle società, ma quale sarà l’effetto sulla credibilità internazionale dell’Italia, chi tornerebbe a investire qualora la certezza del diritto, i “pacta sunt servanda”, i contratti vanno rispettati, venisse nuovamente messa in discussione? Non solo il Fondo sovrano di Singapore, la cinese Silk Road, il colosso Hsbc e la tedesca Allianz, anche le cancellerie di mezzo mondo si stanno mobilitando per scongiurare il peggio.

Non che le conseguenze sarebbero meno rilevanti se il Consiglio dei Ministri decidesse dopo il 26 gennaio, ma stupisce l’accelerazione che aleggia sul dossier. Per fare un favore al Movimento 5 Stelle, come sostengono diversi commentatori? E far guadagnare qualche decimale di punto proprio nelle elezioni in Emilia, dove sono stimati con percentuali a una sola cifra? Quel che stupisce ancor di più, però, non è l’insistenza grillina, quanto la cedevolezza del Partito Democratico. Davvero il ministro del Tesoro e la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti sono pronti a piegarsi al populismo, allo statalismo e soprattutto all’ideologia anti impresa privata che sembra pervadere il movimento guidato da Luigi Di Maio? Cultura che non appartiene, né è mai appartenuta, al Dna del principale partito del centrosinistra.

Questo a prescindere dalle responsabilità, gestionali e “morali” di Autostrade per l’Italia, della controllante Atlantia e della famiglia Benetton, che hanno collezionato, prima e dopo il crollo del Ponte Morandi, una serie di errori imperdonabili per un gruppo di quelle dimensioni e con quelle ambizioni, tra i principali player mondiali delle infrastrutture. Responsabilità, da condividere con chi – la controparte pubblica – non ha vigilato, controllato e imposto le dovute manutenzioni, ordinarie e straordinarie, delle autostrade, e che solo la magistratura, in uno Stato di diritto, ha il potere di accertare.

Si fa presto a dire revoca, ma quali sarebbero gli effetti, alcuni dei quali già palesi, in particolare quelli “sistemici”? Come ha sottolineato Il Sole 24 Ore “le nubi sopra Atlantia si sono fatte ancora più nere e i timori serpeggiano a più livelli, tra i finanziatori, gli azionisti, tra i bondholder”, da quando la parola revoca si è fatta più insistente e tre agenzie di rating hanno declassato i titoli delle due società a spazzatura. Atlantia ha un indebitamento netto di quasi 38 miliardi di euro e senza i flussi di cassa garantiti dalle concessioni autostradali, sarebbe costretta ad adottare misure straordinarie, ancora da decidere, che potrebbero coinvolgere Telepass e Aeroporti di Roma. Mentre per Aspi si pronuncia già la parola fallimento.

Le onde lunghe del terremoto provocato dal fallimento si propagherebbero ai grandi azionisti della società, gli investitori istituzionali e le banche finanziatrici, che rischiano di non riuscire più a far quadrare i loro, di conti. I fondi internazionali si sono già rivolti alla Commissione Europea, al numero due Valdis Dombrovskis, ai commissari alla Concorrenza Margrethe Vestager e al Mercato Interno Thierry Breton, puntando l’indice sul decreto Milleproroghe, che modifica unilateralmente le condizioni contrattuali sui risarcimenti in caso di revoca. Ricordando che già nel 2006 analoga mossa dell’allora ministro Antonio Di Pietro venne messa in mora con l’apertura di una procedura d’infrazione Ue. Che potrebbe essere reiterata.

Scendendo per i rami, chi ripagherebbe i 17mila bondholder, i piccoli risparmiatori che vedranno andare in fumo i loro risparmi? Che farà il presidente del Consiglio quando se li ritroverà sotto Palazzo Chigi con i cartelli, quando chiederanno di essere risarciti? Qualcuno si ricorda Banca Etruria, Banca Marche, le venete, o, più recentemente, la Popolare di Bari?

Si fa presto a dire revoca e – sempre come prevede il Milleproroghe – a progettare di passare i 3mila chilometri gestiti da Autostrade per l’Italia all’Anas insieme con i 7mila dipendenti. Senza valutare i 7 miliardi di contenzioso che ancora affliggono la società, ora nella holding di Ferrovie, e scommettendo sull’efficienza del gestore delle strade pubbliche, contraddetta dalla trentennale epopea della Salerno-Reggio Calabria, dai cedimenti di ponti e superstrade di questi anni, dalle inchieste per corruzione che continuano a colpirla.

E ancora, quanti mesi saranno necessari per completare la gara europea e scegliere il nuovo concessionario? Cosa o chi potrà impedire, ad esempio, ad Abertis di presentarsi, una norma “ad aziendam”? Con quali soldi si finanzierà la costruzione della Gronda di Genova, che costa più di 4 miliardi, come chiede insistentemente il presidente della Liguria, Giovanni Toti?

La soluzione della vicenda concessioni autostradali non si trova, come fece Alessandro Magno con il nodo gordiano, tagliandola di netto. Tocca che il Governo si sieda al tavolo e tratti, anche con durezza, e con pazienza, un nuovo contratto e nuove condizioni con Aspi. Meno oltraggiosamente vantaggioso per il gestore autostradale, più capace di garantire le dovute manutenzioni, più rispettoso degli utenti e recependo le indicazioni dell’Autorità dei Trasporti in tema di calcolo delle tariffe. Un contratto in cui potrebbe non figurare più la tratta autostradale interessata dal crollo del Morandi e/o da altre inchieste giudiziarie.

Del resto, dopo il disastroso incidente del treno merci a Viareggio, nessuno ha proposto di togliere la gestione della rete ferroviaria a Rfi. Né la federal Aviation Administration ha tolto le licenze di costruttore aeronautico a Boeing dopo i due disastri aerei del 737 CMax8.

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