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6 Febbraio 2020

Il piano di Ørsted, l’azienda più sostenibile del mondo

Alessandro Pulcini

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Prima di chiamarsi Ørsted, come uno degli scienziati più famosi del Paese (Hans Christian Ørsted), si chiamava DONG Energy, ovvero Danish Oil and Natural Gas. Il nuovo nome (scelto nel 2017), oltre a creare qualche problema, ha accompagnato l’azienda energetica della Danimarca nel percorso verso il top dell’industria energetica mondiale in termini di sostenibilità ambientale.

Gli ultimi due riconoscimenti sono arrivati a gennaio. Uno viene dal Carbon Disclosure Project, che ha inserito Orsted nel ranking ‘A’ delle aziende mondiali più virtuose in quanto ad impatto ambientale. L’altro dal Global 100 index di Corporate Knights, che ha incoronato Orsted come ‘azienda più sostenibile del mondo’. Nel 2018 i danesi erano 70esimi. Nel 2019 sono arrivati quarti. E con il primo posto del 2020, hanno fatto la storia del ranking: è la prima volta che un’utility energetica ottiene un riconoscimento del genere; un segno, probabilmente, di quanto sia difficile fornire energia in maniera pulita. Eppure Orsted, dopo aver ottenuto i due premi per la sua veloce trasformazione (in circa 12 anni) da azienda a base di gas e petrolio a regina dell’eolico offshore, punta ancora più in alto.

I danesi hanno infatti annunciato che intendono raggiungere la neutralità climatica entro il 2025, attraverso il potenziamento dell’eolico e la conversione dei suoi impianti a carbone in impianti a biomassa. Oltre alla carbon neutrality, l’azienda vuole raggiungere l’impatto zero in tutta la sua filiera entro il 2040, il che vuol dire non solo andare a impattare sulle emissioni della generazione e distribuzione dell’energia, ma anche su quelle della sua supply chain, ovvero dei suoi fornitori. Queste ultime emissioni dovranno essere dimezzate già nel 2032.

“Sarà difficile raggiungere un’impronta carbon neutral entro il 2040”, spiega il Ceo Henrik Poulsen, “e richiederà una significativa innovazione in tutte le parti della nostra catena di approvvigionamento. Molte delle tecnologie ecologiche da utilizzare per decarbonizzare la nostra supply chain esistono ma non sono ancora competitive in termini di costi. Con l’obiettivo del 2040, vogliamo contribuire a portare avanti l’innovazione necessaria per far maturare le tecnologie verdi nelle industrie che ci riforniscono”. A quali industrie si riferisce, principalmente, Poulsen? Quelle con l’impatto più inquinante, e che costruiscono le turbine dei suoi campi eolici, le centrali, cavi e componenti, attraverso l’utilizzo di materiali come il rame o l’acciaio. Altri fattori della supply chain molto inquinanti sono le navi che trasportano e installano i componenti dell’eolico offshore di Orsted, fa presente la stessa utility.
Full-farm-view-highres eolico offshore orlsted
Uno sforzo che mette in evidenza un fattore che a volte non si tiene in considerazione, quando si parla di rinnovabili, genericamente considerate ‘green’: anche costruirle e metterle in funzione può inquinare. “Ridurre le emissioni nella supply chain dell’energia rinnovabile è un compito significativo. Le aziende dovranno collaborare attraverso le catene di approvvigionamento per ridurre le emissioni al ritmo richiesto dalla scienza. Per questo chiediamo ai nostri fornitori di unire le forze per accelerare la trasformazione verde globale”, afferma Henrik Poulsen.
Visti i risultati ottenuti finora, l’ottimismo dell’azienda sembra fondato. Consideriamo il primo obiettivo in ordine di tempo: Orsted dichiara di essere sulla strada giusta per eliminare del tutto le centrali a carbone (settore in cui i danesi venivano considerati un’eccellenza, dieci anni fa) entro il 2023. Parliamo di una fonte energetica che nonostante abbia ceduto il passo, in parte, alle rinnovabili, è ancora cara a tanti Paesi, come la Cina, addirittura pronti a costruire nuove centrali. Tre di quelle di Orsted invece hanno già cessato l’attività, anche grazie alla conversione a biomassa. Ma intervenire sulla supply chain significa uscire dai confini aziendali, e collaborare con realtà esterne. Che, nel caso di Orsted, sono tante: oltre 22.000 fornitori, con alcuni che hanno un peso specifico immenso sul business dell’utility, rappresentando il 50% delle sue spese totali. Ørsted dice che “incoraggerà i suoi fornitori a ridurre l’impatto CO2 dei loro beni e servizi e sta rafforzando i criteri di sostenibilità nelle gare d’appalto dell’azienda”.
Probabilmente, convincere altre aziende sarà più facile, se si considera uno dei fattori che hanno spinto Orsted a trasformarsi: la profittabilità. “Ørsted è diventato un business sostenibile e redditizio rendendo la distribuzione di energia verde la chiave di volta della nostra strategia aziendale”, ha detto Poulsen. “Le aziende che non agiscono ora per decarbonizzare corrono il rischio di vedere i loro modelli di business sotto pressione in futuro. Incoraggiamo tutte le aziende a rendere la decarbonizzazione una parte fondamentale della loro strategia”.

 

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