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Assalto al supermercato, paradosso Coronavirus

C’è un’emergenza seria. Molto più seria di quanto fosse prevedibile. E ci sono misure restrittive, senza precedenti, per tentare di ridurre il danno di un’epidemia che non si riesce a controllare. Il Coronavirus impone a tutti di seguire prescrizioni che nessuno avrebbe mai immaginato di dover seguire.

C’è stata da parte di tanti una istintiva ribellione all’idea di comprimere la propria libertà e, va ammesso, questa categoria a cui mi autodenuncio di appartenere ha assecondato una percezione troppo ottimistica della realtà. C’è poi un’altra parte di italiani che, già da giorni, è in preda alla pulsione contraria, a una sorta di euforia da catastrofe che si è concretizzata in comportamenti sempre più conservativi, per certi versi ipocondriaci ma, dati alla mano, sicuramente più consoni alla reale portata del problema.

Poi, c’è una categoria a parte. È quella a cui appartengono quelli che si sono messi in fila, di notte, per accaparrarsi generi alimentari al supermercato aperto h24. Si sono accalcati in code interminabili e fatalmente esposte alla proliferazione del virus. Hanno seguito un istinto di sopravvivenza talmente spiccato da rivelarsi potenzialmente suicida. La corsa al cibo, evidentemente proiettata nell’idea di chiudersi in un bunker autosufficiente, è tra le reazioni irrazionali quella che ricorre con maggiore frequenza. Ogni volta che si prospetta una situazione di rischio o di pericolo, l’immagine bellica del razionamento alimentare diventa l’approdo naturale di chi sente il bisogno di mettersi al sicuro, di prepararsi al peggio. Evidentemente, deve essere in qualche modo rassicurante. Al punto da neutralizzare la percezione della realtà.

Nessuna delle persone in fila può lucidamente pensare che da oggi possa mancare il cibo. Almeno c’è da augurarselo. Eppure, preferiscono mettere da parte qualunque precauzione di buon senso pur di tornare a casa con un numero sufficiente di buste piene. Nelle immagini che li ritraggono ammassati con i loro carrelli c’è molto del paradosso di questa crisi: l’incoscienza di chi si sente immune e festeggia in un locale incurante del virus coincide con la psicosi di chi si sente in guerra e sfida il virus pur di riempire la dispensa.

Sarebbe il caso, da oggi, di fare tutti un passo in una sola direzione: attenersi alle nuove disposizioni, in silenzio e in ordine, senza minimizzare e senza drammatizzare. Confidando nel lavoro dei medici, cercando di limitare i danni e sperando che tutto questo possa finire presto.

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