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Autostrade, carte coperte in attesa all-in

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Meno dodici. Il countdown al 30 giugno è iniziato e i giocatori seduti al tavolo continuano a tenere le carte coperte in attesa dell’ultimo giro di poker, per l’all-in. Quello in cui si deciderà la sorte di Autostrade per l’Italia, e di riflesso della controllante Atlantia, società controllata dalla famiglia Benetton. Il 30 giugno scadono i sei mesi dall’approvazione del Milleproroghe, che con l’articolo 13 ha unilateralmente cambiato il meccanismo per la determinazione delle tariffe autostradali e con l’articolo 35 modificato le clausole della concessione in essere: è il tempo trascorso il quale la convezione decade automaticamente, visto che il concessionario non ha comunicato entro il 31 gennaio di aver accettato le modifiche introdotte, come da clausole contrattuali.

 

Chi farà la prima mossa, questa la convinzione di entrambe le parti, chi calerà le carte sul tavolo potrebbe guadagnare l’enorme vantaggio di dettare le condizioni all’altro, obbligandolo a difendersi su un terreno impervio. Sarà il Governo, attivando davvero le procedure previste e non solo evocandole, a revocare la concessione ad Aspi? E, interrogativo non secondario, dodici giorni sono sufficienti per approntare gli atti necessari? O sarà Atlantia a disdettare la convenzione che la lega e passare all’incasso? Oppure, scenario non ancora del tutto tramontato ma al momento forse meno probabile, prudenza e giudizio consiglieranno, in primis al Governo che si gioca 23 miliardi (il costo della revoca unilaterale secondo la convenzione originale non ancora fuorigioco) ma anche ad Atlantia, di lavorare a un compromesso condiviso?

 

A dire il vero una delle carte in gioco – si dice non per volontà del Gruppo ma per gli spifferi di fonti europee – è stata girata e scoperta sul tavolo dal Financial Times: è la lettera che la holding ha inviato il 9 giugno al vice presidente esecutivo della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, con la quale denuncia la violazione delle regole e delle leggi comunitarie da parte del Governo e chiede l’intervento dell’Europa. In pratica l’apertura di una procedura d’infrazione contro l’Italia per condotta discriminatoria da parte del Governo nei confronti di Aspi – a cui non ha concesso l’accesso al credito dopo averne ridotto il titolo a spazzatura con l’articolo 35 – e per la volontà di rinazionalizzare la società, imponendole con il ricatto della revoca di cedere la quota di maggioranza a Cassa Depositi e Prestiti.

 

Più che della sorte dei Benetton – l’unica cosa che sembra importare davvero a un pezzo della maggioranza – è della sorte dei 14 miliardi e mezzo di investimenti previsti dalla convenzione, cruciali per rimettere in moto l’economia nel post-corona virus, di cui 7,5 miliardi entro il 2023 con la creazione di 153mila posti di lavoro, è degli oltre settemila dipendenti diretti e delle migliaia di azionisti, italiani ed esteri, che hanno affidato i loro risparmi alla società nonché del fallimento di uno dei pochi campioni nazionali nel mondo nel settore delle infrastrutture, che ci si dovrebbe preoccupare.

 

E da ultimo anche della sorte di migliaia di chilometri di autostrade, che finirebbero in automatico in gestione ad Anas, società pubblica che non brilla per efficienza. Né per sicurezza delle infrastrutture che gestisce: nella lettera a Dombrovskis Atlantia fa notare che il Governo non ha adottato alcun provvedimento dopo la caduta di un ponte dell’autostrada ad Aulla, fortunatamente senza vittime perché avvenuta nel periodo del lockdown. “Non ha preso nessuna iniziativa per la revoca della concessione ad Anas”, determinando una disparità di trattamento, un “comportamento discriminatorio”, scrive la società.

 

Non va dimenticato, infine, che resta comunque pendente davanti alla Corte Costituzionale una sentenza sull’incostituzionalità degli articoli del Milleproroghe: l’ultima mano di poker potrebbero alla fine giocarla i giudici.

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