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Autostrade, non siamo noi a dover chiedere scusa

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Enel 2022

Abbiamo sostenuto, e continuiamo a sostenere, che la revoca della concessione sulle autostrade fosse un’arma spuntata. E anche una soluzione sbagliata. Abbiamo sostenuto, e continuiamo a sostenere, che la famiglia Benetton non andasse sommariamente processata e condannata in piazza per il crollo del Ponte Morandi. Abbiamo sostenuto, e continuiamo a sostenere, che la strumentalizzazione politica servisse alla propaganda e non alla soluzione dei problemi. Abbiamo sostenuto, e continuiamo a sostenere, che debba essere la Magistratura ad accertare fino in fondo le responsabilità per una tragedia inaccettabile in un Paese civile. Abbiamo sostenuto, e continuiamo a sostenere, che i vertici di Aspi e di Atlantia andassero azzerati.

 

Oggi, in diversi messaggi e di provenienza diversa, ci viene chiesto (a noi e a tante altre testate) di risconoscere di aver sbagliato e, addirittura, di chiedere scusa. Bene, dopo l’arresto di Giovanni Castellucci, e le scandalose intercettazioni che sono emerse, rispondiamo che non siamo noi a dover chiedere scusa.

 

Quando si sbaglia è giusto ammettere i propri errori, lo abbiamo fatto più volte. In questo caso, è invece utile puntualizzare che nella vicenda Autostrade ci sono molti dei problemi di questo Paese. E che è una vicenda complessa che non consente semplificazioni. C’è da discutere di tanti fattori senza necessariamente dover scadere nel giustizialismo e nel populismo. Soprattutto, ci sono i fatti a cui attenersi per non perdere di vista la realtà.

 

Il crollo del Ponte Morandi è la conseguenza di una gestione scellerata della concessione e, stando a quanto si sa ad oggi, anche di una irresponsabile e delittuosa corsa al profitto dei manager coinvolti. E non basta. C’è sicuramente anche una evidente carenza nei sistemi di controllo e nella relazione tra il pubblico, lo Stato, e il concessionario, Aspi. Per la famiglia Benetton, c’è sicuramente quella che si potrebbe definire ‘una responsabilità oggettiva’. Hanno beneficiato dei dividendi ma è difficile, sempre stando a quanto emerso finora, stabilire che fossero a conoscenza della gravi omissioni nella manutenzione della rete autostradale. E l’uscita di scena, dall’azionariato di Atlantia e sostanziamente dal panorama industriale italiano, è un prezzo che pagheranno comunque.

 

Gli arresti, le sentenze e le condanne che arriveranno, a valle di un processo, sono la risposta di uno Stato di diritto rispetto ai reati commessi.

 

Sul piano industriale e finanziario, invece, c’è una partita aperta. C’è l’offerta della cordata guidata da Cassa Depositi per l’acquisizione dell’88,06% di Autostrade per l’Italia in mano ad Atlantia. C’è una forchetta di prezzo (che dovrebbe andare dagli 8,5 ai 9,5 mld, mentre la richiesta sarebbe ancora a quota 11-12). Ci sono i fondi investitori. Il Consorzio sarà capitanato da Cdp Equity, primo azionista con il 40% del veicolo attraverso cui sarà realizzato l’investimento (BidCo), che nominerà presidente e amministratore delegato sia di BidCo sia di Aspi. Il resto di Bidco è in mano ai due fondi esteri Blackstone Infrastructure Partners e Macquarie Infrastructure and Real Assets, che inizialmente deterranno ciascuna il 30% del veicolo.

 

C’è però, a questo punto, anche un problema sostanziale. I rischi potenziali delle conseguenze economiche legate al crollo del Ponte Morandi vanno conteggiati nella definizione del prezzo. E le garanzie sul piano legale, alla luce degli ultimi sviluppi, torneranno ad essere un nodo difficile da sciogliere. Qualunque acquirente, e a maggior ragione Cdp che ha stringenti vincoli di Statuto, può chiudere un’operazione solo se sarà effettivamente sostenibile.

 

Questa è la realtà. Mentre la revoca della concessione resta uno scenario ignoto. E la strumentalizzazione della propaganda una deriva da evitare.

 

 

 

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