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Processo Eni Nigeria, tutte le tappe di una storia lunga 23 anni

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Il processo di primo grado sulla presunta tangente da 1,092 mld di dollari si è concluso con l’assoluzione piena di tutti i 13 imputati, tra cui l’ex Ad di Eni Paolo Scaroni, e l’attuale Claudio Descalzi, più le multinazionali Eni e Shell, chiamate a rispondere per la norma sulla responsabilità delle società per i reati commessi dagli amministratori nel loro interesse o a loro vantaggio. Ma vediamo quali sono state le principali tappe della vicenda che ha portato all’apertura del cosiddetto procedimento ‘Eni Nigeria’.

Un affare da 1,3 mld di dollari

Il processo riguarda l’acquisizione da parte di Eni e Shell della licenza del governo nigeriano per estrarre petrolio nell’OPL 245, un tratto di mare situato nel Golfo della Guinea a circa 150 chilometri dalla terraferma. Eni e Shell ottennero la licenza per 1,3 mld di dollari, una cifra considerata bassa rispetto al valore potenziale dell’area da esplorare. Secondo l’accusa, circa 300 mln di dollari sarebbero effettivamente andati al governo nigeriano, mentre la restante parte sarebbe stata usata per corrompere politici e mediatori.

Tutto inizia nel 1998, quando la dittatura militare del generale Sani Abacha, alla guida della Nigeria dal 1993, affida la licenza di estrarre petrolio nel blocco Opl 245, un vasto tratto di mare al largo del Paese africano, alla nigeriana Malabu Oil & Gas, società riconducibile all’allora ministro del Petrolio Dan Etete e a uno dei figli di Abacha. Con il governo successivo, democraticamente eletto, la licenza alla Malabu viene però messa in discussione, dato che era stata assegnata senza una gara regolare. Così nel 2002 venne ritirata e l’anno successivo la multinazionale Shell vince un gara d’appalto per ottenere la licenza di esplorazione, pagando 210 mln di dollari al governo nigeriano.

Entra in scena Eni

Dopo alcuni ricorsi di Etete contro la revoca della concessione, nel 2006 la licenza viene nuovamente assegnata alla Malabu e, per riaverla, Shell attiva un arbitrato internazionale. È a questo punto della storia che entra in scena Eni, che nel 2010, tramite l’intermediario e avvocato d’affari Emeka Obi, firma un primo accordo con la Nigeria per ottenere il 40% della licenza e lasciare il resto alla Malabu.

A scombinare le carte arriva però, sempre nel 2010, un nuovo cambio di governo in Nigeria. Il nuovo ministro del Petrolio Diezani Madueke concede la licenza alla sola Malabu, estromettendo Eni. A quel punto, la compagnia italiana e Shell avviano una trattativa congiunta, agevolata dall’allora ministro della Giustizia, Mohammed Adoke Bello.

L’accordo con il governo nigeriano

L’anno successivo si raggiunge l’accordo: per ottenere la licenza su Opl245, le due società versano 1,3 mld di dollari alla Nigeria, 1,1 mld a carico della sola Eni. Emeka Obi, però, fa causa alla Malabu in un tribunale di Londra, chiedendo un risarcimento di 215 mln di dollari, per via della mancata finalizzazione dell’accordo con Eni. Il tribunale inglese gli dà ragione: congela un conto fiduciario del governo nigeriano presso una filiale Jp Morgan di Londra, in cui il gruppo italiano aveva versato 1,1 mld di dollari, e riconosce a Obi il diritto di ricevere il pagamento di 112 mln di commissioni.

Nel frattempo, dal conto Jp Morgan 801 mln di dollari vengono trasferiti, dopo alcuni tentativi tramite banche libanesi e svizzere, sui conti della Malabu e da lì smistati ad altri destinatari. Global Witness e Re:Common, associazioni attive nella difesa dei diritti umani e nella lotta alla corruzione, si rivolgono ai magistrati, presentando esposti ai magistrati di Milano, del Regno Unito e degli Stati Uniti.

Follow the money

Nel 2014 la procura di Milano, con il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, avvia un’indagine, stabilendo che di quei 801 mln di dollari circa 400 erano finiti a Aliyu Abubakar, imprenditore vicino al presidente nigeriano Goodluck Jonathan, e il resto del denaro a Etete.

Nel dicembre del 2017 il gup di Milano rinvia a giudizio con l’accusa di corruzione internazionale alcuni manager di Eni e Shell, tra cui Scaroni e Descalzi, oltre a vari intermediari e l’ex ministro Etete. Il denaro ricevuto da Abubakar, secondo la procura, sarebbe stato usato per pagare politici e funzionari nigeriani per il loro via libera all’offerta di Eni e Shell. Intanto, nel settembre del 2018, il gup di Milano Giuseppina Barbara al termine del rito abbreviato, condanna a 4 anni di carcere Emeka Obi e Gianluca Di Nardo, imputati in uno dei filoni dell’indagine, disponendo la confisca di oltre 100 mln di dollari riconducibili ai due presunti intermediari.

Si arriva quindi alla sentenza di oggi. Tutti assolti “perché il fatto non sussiste”. Tradotto: assoluzione con formula piena per tutti gli imputati e le società Eni e Shell.

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