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Dallo smart working al welfare domestico

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Il nuovo welfare aziendale coinciderà con il “benessere digitale”. Parola di Luca Pesenti, Professore associato nella facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica di Milano, tra i primi a osservare le caratteristiche del welfare aziendale “di massa”, quello nato dalla legge di stabilità del 2016. Il mondo del welfare da allora è cambiato. Dopo la pandemia sarà ancora diverso.

“Potremmo anche parlare di un nuovo welfare domestico – aggiunge Pesenti – in relazione ai nuovi luoghi di lavoro”. Prima era la sede dell’azienda, oggi è sempre più spesso il salotto di casa, o la cucina, per chi naviga in spazi più ristretti.

“I provider di welfare aziendale hanno già iniziato a ricomporre l’offerta di servizi e benefit, più rivolti alle aree basic della vita dei lavoratori: salute e assistenza soprattutto. Ma la vera sfida sarà quella di ripensare le prestazioni, sulla base dei nuovi bisogni. Meno sostegno alla mobilità? Probabilmente. Una nuova attenzione alla ristorazione, visto che molti lavoratori sono tornati a mangiare a casa, e magari senza più il buono pasto. Servirà ancora il maggiordomo aziendale, destinato a sbrigare le pratiche burocratiche dei lavoratori impegnati sul luogo di lavoro?”.

Gli interrogativi riguardano tutta la nuova organizzazione del lavoro, e con essa tutte le prestazioni di protezione sociale o di benessere individuale. “Una grande scommessa anche per la contrattazione sindacale – aggiunge Pesenti – e per tutta la composizione della nuova retribuzione. E vero che alcune voci non concorrevano alla busta paga, come i buoni pasto, ma erano ormai parte integrante del reddito personale e familiare”.

Il “new normal” nel mondo del lavoro è destinato a influenzare, e molto, il nuovo welfare aziendale. Lo smart working – o remote working, o home working, o telelavoro – sta segnando nuove abitudini. “Spesso persino con un eccesso di euforia. Intorno al presunto smart working – continua Pesenti – si è creata quasi una mistica. Tutti potranno lavorare da qualunque posto. Ci sono state le suggestioni dei borghi più belli d’Italia che si candidano a residenze professionali. Si lavora dalla spiaggia (quando sarà il momento) così come dalla baita in montagna (connessione Internet permettendo). Tutto vero? Io credo che dovremo ridimensionare aspettative e prospettive. Di certo un cambiamento radicale ci sarà, ma lo smart working avrà una componente elitaria, quando il distanziamento sarà finito”.

A dire il vero anche i grandi player del web, Google in testa, scommettono sul ritorno dei lavoratori in azienda. “Nascerà una condizione ibrida, che comunque produrrà nuove abitudini – continua Pesenti – che saranno l’occasione di ripensare anche il welfare. Di certo potrebbe ripartire un’economia e un commercio del chilometro zero. L’economia di prossimità potrebbe premiare la flessibilità dei luoghi di lavoro, che poi siano le case dei lavoratori o nuove strutture di co-working”, dove recuperare una sede di lavoro che non sia più quella aziendale e nemmeno quella condivisa con i figli e la suocera.

In questo ripensamento dei servizi di welfare, e sulla loro fruibilità, “c’è molto spazio di nuova progettazione della vita sociale; c’è un tema di responsabilità sociale che nelle aziende si sta facendo strada, non solo a livello di società benefit o B-Corp” aggiunge Pesenti. Il territorio e la comunità locale potranno essere sollecitati a proporre benefit che non siano solo i buoni spesa Amazon, ma magari servizi offerti da soggetti di prossimità. In tutto ciò, c’è una certezza: la persona al centro. “Non si tratta solo di uno slogan, di un’affermazione di marketing – si avvia alla conclusione la riflessione del professor Pesenti – sono proprio le nuove modalità di lavoro, l’ibridazione del lavoro in sede con quello che avrà comunque una quota di lavoro remoto. E in questo caso è fondamentale stringere un patto di fiducia tra imprese e lavoratori. La flessibilità che si impone nelle organizzazioni del lavoro, si traduce in investimento sul capitale umano”. Quindi più smart working, più responsabilità, più fiducia, quindi più servizi di welfare aziendale, da rimodulare sul nuovo paradigma organizzativo.

“Vorrei fare una considerazione finale, che vale per tutta la nuova normalità, verso cui ci avviamo, così come per i nuovi modelli di welfare aziendale – conclude Pesenti – e vale per tutto il Paese, non solo per i suoi lavoratori. Il new normal che nasce dalla fine della pandemia deve mettere in crisi quella società comoda nella quale ci eravamo abituati a vivere fino allo scorso anno. Se stiamo attraversando un dopo-guerra, dobbiamo attrezzarci a una cultura e a una mentalità da dopo-guerra, dove si alza l’asticella del proprio dovere personale, dove si deve fare conto su una quota di gratuità necessaria. I contratti di lavoro devono cambiare, ma non basteranno nuovi contratti per regolare la nuova normalità. Il Paese ammalato di corporativismo si salverà solo se saprà introdurre nuove solidarietà e nuove inclusioni. A partire dal nuovo modello di welfare aziendale”.

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