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Torna lo Stato nell’economia

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Soffia un vento nuovo sul ruolo dello Stato nell’economia. Prende il via una stagione all’insegna dell’intervento pubblico per rilanciare la crescita e riparare i danni degli ultimi quarant’anni. In due parole, torna il ‘big government’. Come (quasi) sempre la ‘primavera’ delle idee, il riaffiorare di dottrine che rivalutano la progettualità statale, arriva dall’altra sponda dell’Atlantico, dal mondo anglo-sassone, da Stati Uniti e Gran Bretagna, seguiti come (quasi) sempre dalla più timida Europa. A far pendere di nuovo la bilancia dalla parte di politiche che si richiamano al ‘New deal’ di rooseveltiana memoria e alla ‘Great society’ di Lyndon Johnson sono due eventi epocali esterni, per così dire, alle ideologie, alle dialettiche tra partiti e tra destra e sinistra: la pandemia da coronavirus a un secolo esatto dalla spagnola che flagellò il mondo nel 1918 e il cambiamento climatico. Entrambe ribellioni della natura all’invasione dell’uomo.

A parlare sono, prima di tutto, i numeri. Il presidente americano Joe Biden ha presentato al Congresso tre diversi piani per spendere fino a 6 trilioni di dollari di risorse pubbliche in infrastrutture fisiche, a cominciare da 20.000 miglia di strade, da ponti e ferrovie, e sociali per interventi a sostegno delle famiglie più povere e della middle class e migliorare così le condizioni della vita quotidiana: più educazione, internet per tutti, aspettative pagate dal lavoro per assistere un parente malato o per aiutare genitori anziani, sanità pubblica.

Biden l’ha definita un’agenda ‘once in a generation’, un’occasione unica per ricostruire il Paese e riportare la crescita a ritmi rimasti un miraggio negli ultimi decenni, grazie a investimenti che toccheranno ogni aspetto dell’’American way of life’, dalla ricerca sul cancro alla cura dei figli al cambiamento climatico. Le previsioni dell’Ocse stimano un aumento del Pil Usa nell’ordine quest’anno del 6,4%, una percentuale più cinese che a stelle e strisce.

Il Regno Unito ha speso finora 407 miliardi di sterline stanziate dal Tesoro in misure di sostegno alle categorie – imprese e lavoratori – colpite dalle chiusure forzate rese obbligatorie dalla pandemia, il 140% del bilancio annuale dello Stato mentre la Banca d’Inghilterra, che prevede un balzo del prodotto interno lordo del 7,25%, il più alto dalla Seconda Guerra Mondiale, mantiene i tassi d’interesse allo 0,1%, segnando un record al ribasso.

Anche l’Unione europea ha decretato la fine della religione dell’austerity e dei pareggi di bilancio pubblici costi quel che costi – per esempio la vendita del Porto del Pireo ai cinesi che hanno così conquistato una testa di ponte sul continente per la loro espansione geopolitica, con conseguenze nefaste sugli altri scali del Mediterraneo – memore (forse) dei disastri prodotti dalla crisi finanziaria del 2008, e ha varato il Next Generation Eu, un Piano di investimenti dei 27 Paesi che vale 750 miliardi, piano più timido di quello statunitense, che porterà una crescita stimata attorno al 4%.

Del resto fu sempre dal mondo anglo-sassone che, a partire dalla metà degli anni Settanta, i leader carismatici di allora, Margaret Thatcher e Ronald Reagan, diffusero a macchia d’olio teorie contrarie all’intervento dello Stato al grido de “l’era del big government è finita”, con la “trickle down economy” e la curva di Laffer a farla da padrona. Convinsero tutti che bastava tagliare le tasse ai ricchi e lasciare liberi gli “animal spirits” del capitalismo per far funzionare al meglio l’economia e la società.

L’esito, sono sempre i numeri che parlano, è stato un aumento delle diseguaglianze sociali senza precedenti: i miliardari si sono spartiti una fetta crescente del Pil e si sono ulteriormente arricchiti (anche e più nella pandemia), mentre la classe media ha visto declinare il proprio potere d’acquisto, tante famiglie si sono impoverite e hanno perso status finendo sotto la soglia di povertà mentre le file alle mense pubbliche si sono allungate e il risentimento e l’invidia sociale avvelenato i pozzi.

Esattamente quarant’anni fa, ricordava in una recente analisi politica il New York Times, davanti al Congresso americano riunito, presente un allora giovane senatore del Delaware, Joseph Biden, il presidente Ronald Reagan proclamava “lo Stato è troppo grande, spende troppo”, e si accingeva a disboscarlo a colpi di accetta. Questo pensiero unico ha plasmato con sfumature diverse le decisioni di tutte le amministrazioni americane venute dopo, comprese quelle democratiche di Bill Clinton e di Barack Obama, e il neo-liberalismo di Tony Blair.

Fino ad ora, fino al recente discorso di quel giovane senatore diventato presidente. “Dobbiamo provare che la democrazia funziona, che il governo funziona e che lo Stato può fare il bene dei cittadini” ha rivendicato Biden. La novità è che dall’inizio della pandemia i sondaggi mostrano che la politica economica del presidente è in sintonia con il sentire profondo degli americani: il più recente rilevamento della NBC News mostra che il 55% degli intervistati sollecita il governo a fare di più, rispetto al 47% di pochi anni fa, e altri registrano che il 70% è a favore del suo programma con appena il 29% contrario. Come scrive Paul Krugman, con un gioco di parole: “L’era de ‘il big government è finito’, è finita”.

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