Facebook ha tanti problemi. Troppi?

Condividi su linkedin
Condividi su twitter
Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su email
facebook zuckerberg tajani tiktok
Enel 2022

Da mesi si discute quanto Facebook sia dannoso per la società. Quando parliamo di Facebook intendiamo la piattaforma omonima e le sue acquisite (i cui nomi più conosciuti sono Instagram e Whatsapp). Descriviamo brevemente i principali problemi e sfide che affronta questa azienda, ricordando che, come scriveva il compianto Friedman, “la responsabilità sociale di un business è fare profitto”.

Facebook e il suo algoritmo

Un algoritmo è una struttura matematica creata, di solito, da uno o più umani. Quando un algoritmo viene portato nel mondo digitale diviene uno strumento che ha numerose funzioni: analisi di dati, discriminazione degli stessi, azioni da implementare sulla base della programmazione umana etc… Un algoritmo non ha una vita propria ma agisce in base alla sua programmazione ed ‘educazione’. Un algoritmo non è una intelligenza artificiale che, stante il Test di Turing o le affermazioni di Negroponte, è una cosa ancora da venire. Un algoritmo viene ‘educato’ a interpretare la realtà sulla base delle informazioni che gli vengono date. Ne consegue che un’errata programmazione o una lacunosa educazione porta a comportamenti sbagliati. Il tema è già stato discusso in passato su queste pagine, quando si parlava della testimonianza di Kendall, ma le parole di Haugen, nella sua testimonianza in Senato (l’intero video lo trovate qui) hanno portato alla luce nuove informazioni. Si comprende che, citando Haugen, “il problema è come è stato creato l’algoritmo di Facebook”. Parlando delle informazioni, e come esse vengano gestite e veicolate, la Haugen ha chiarito che “quello che vedi su Facebook non è una presentazione organica delle informazioni. È il risultato di decisioni fatte per te, dal software della compagnia, che esegue le direttive del leader della piattaforma”.

Facebook e i primati

Se un algoritmo viene ‘educato male’, nel senso che gli vengono fornite poche informazioni, farà degli errori. Di recente l’algoritmo di Facebook ha identificato come primate un cittadino afro-americano. Ovviamente non è colpa dell’algoritmo in sé, ma di chi l’ha programmato oppure da chi l’ha ‘educato’. Perché succede questo? Un incidente simile era successo con Google. La spiegazione (non ufficiale) dell’evento “Google” viene accennata da Timni Gebru (ex capo delle ethics of artificial intelligence, poi licenziata). Un assunto riconosciuto da ogni BigTech è che creare, ma soprattutto far crescere ed educare, un algoritmo è un salasso per la bolletta della luce. L’algoritmo gira su computer che hanno una domanda energetica per funzionare (processori di calcolo) e raffreddarsi (ventilatori). Maggiore è il tempo richiesto per educare un algoritmo maggiore è il costo energetico. Se si fa un’educazione più ‘alla buona’ si risparmia sul costo dell’elettricità. Non è dato sapere se a Facebook han avuto questo problema.

Facebook vuole bene a giovani e bambini

“I giovani sono una risorsa ancora inesplorata” si spiega in una comunicazione interna di FB. Di recente Facebook ha dovuto abbandonare il progetto di un “Instagram per bambini”. I pr del social network, parlando nello specifico di Instagram, han ribadito che non è un danno per i giovani. Poi, leggendo i memo interni del gruppo, si scopre che, da tempo, i vertici erano a conoscenza del danno psicologico cagionato ai giovani. Di recente Adam Mosseri (di Facebook) ha amplificato questo scandalo. Paragondando il social network alle automobili dice: “sappiamo che molte persone muoiono per incidenti d’auto, ma le auto creano un grande valore per il mondo. E penso che i social network facciano lo stesso”. Se pensate a quanto, indirettamente, Instagram o Facebook possano amplificare all’infinito scherzi, bullismo digitale etc.. a danno di soggetti (gli adolescenti) che stanno formando la loro sfera emotiva.. si può ben capire il pericolo che molti giovani possano essere danneggiati irreparabilmente o, nei casi più gravi, scelgano di infliggersi danni fisici anche estremi (come il suicidio). Come conferma USNews all’aumentare del tempo passato sui social media è aumentato il rischio di suicidi tra i giovani. Nel Regno Unito in merito stanno cercando di definire degli standard legali per prevenire casi estremi di suicidi giovanili, indotti da piattaforme social.

Facebook e Instagram invecchiano

Il problema per Facebook e Instagram è squisitamente economico. Ormai in Facebook l’età media degli utilizzatori si sta spostando verso i 30 anni, mentre Instagram comincia ad avere una popolazione di età media sui 25-30. Il bello dei giovani maggiorenni o degli adolescenti è che sono utenti facilmente influenzabili, a cui vendere (tramite pubblicità di inserzionisti) qualunque prodotto o servizio. Una analisi del Pew Research mappa l’età media e l’utilizzo giornaliero del social di Zuckerberg, e le cose non vanno benissimo se parliamo di utenti giovani attivi.

Facebook non è Tiktok

TikTok, in pochi anni, ha acquisito milioni di utenti raggiungendo il paradiso delle app miliardarie (con almeno 1 miliardo di utenti attivi). Facebook, nel tentativo di non perdere fette di mercato tra gli utenti giovani, ha stanziato oltre 1 miliardo di dollari per tentare recuperare i giovani e portarli via da TikTok. Ovviamente la chat cinese sta reagendo allo stesso modo per tenersi i suoi utenti pagando a sua volta i creatori.

Facebook non è Twitch

Il mondo del gaming era già in forte crescita pre-Covid ma durante il lockdown è letteralmente esploso; la piattaforma di settore che ha visto una crescita esponenziale è Twitch. Nata per i video streaming per gamers, ora è un vero e proprio ecosistema strutturato ricco di giovani che dialogano, si scambiano idee, socializzano e, in generale, spendono tempo e soldi in contenuti digitali (nft, giochi, musica etc..). Grazie agli E-sport i grandi investitori pubblicitari stanno accrescendo il loro interesse per la piattaforma, specialmente a fronte dell’aumento del listino prezzi pubblicitario da parte di Google e Facebook (ne parliamo sotto). Zuckerberg sta tentando di riportare i giovani a casa con Facebook gaming ma le recensioni dei creatori digitali sono piuttosto negative (rispetto a Twitch).

Facebook e la politica estera americana

Oltre 2 utenti su tre non sono americani. La piattaforma ufficialmente non si occupa di politica estera ma, per “proteggere” gli utenti dalla gente cattiva etc.. ha creato delle liste di proscrizione di gruppi nazionali o internazionali pericolosi (o ritenuti tali). Idea buona ma molto pericolosa. Il problema si pone quando un’organizzazione considerata “terrorista” dallo stato americano (dove Facebook risiede) è considerata non-terrorista in un altro stato. Facciamo un esempio: i Guardiani della rivoluzione iraniana (Pasdaran). In Iran non sono considerati terroristi, come in buona parte del mondo. Tuttavia i loro contenuti sono censurati (come dimostra anche il recente omicidio del generale Pasdaran Soleimani). Un danno alla democrazia e a tutte quelle persone e/o aziende non iraniane che hanno interesse lavorativo di acquisire informazioni sui Pasdaran che, in Iran e altre aree centro asiatiche, hanno un importante presenza economica grazie alle fondazioni (in gergo locale Bonyad).

Facebook è di sinistra?

In quanto azienda privata Facebook, e il suo fondatore, hanno diritto di avere una posizione politica. Ma, essendo un’azienda che può influenzare le elezioni in molte nazioni domandarsi se sia neutrale oppure se abbia una posizione politica (con relativi sistemi di censura preventiva dei candidati) è obbligatorio. Quando Obama venne eletto il neo presidente non fece segreto di aver fatto leva sui giovani tramite i social network. Lo stesso accadde con Trump. Con il biondo presidente i social network uscirono dall’età dell’innocenza a botte di scandali. Nel 2016 Zuckerberg dichiarava che era pazzesco pensare che delle fakenews, veicolate sulla piattaforma, avessero influenzato le elezioni. Ma lo scandalo di Cambridge Analytica e il fake video di Nancy Pelosi (Democratica) sancirono la fine dei rapporti pacifici tra Facebook e la politica. Resta tuttavia da comprendere se Facebook abbia sviluppato relazioni ‘non neutrali’ con uno dei due schieramenti. Una volta giunta a Facebook, come riporta il NYT, Sheryl Sandberg ha usato i suoi contatti nell’amministrazione Democratica (di sinistra) per portare vantaggi al suo nuovo datore di lavoro. Sandberg rappresentava Facebook al Council on Jobs and Competitiveness creato da Obama. Era sul volo dell’AirForce one per portare Obama al quartier generale di Facebook. Poi la vittoria di Trump fece crollare tutta la rete di contatti della Sandberg. Mark, temendo che la Sandberg fosse troppo Democratica, prese in mano la situazione e fece due chiacchere con Trump di persona, un meeting semi ufficiale (reso ufficiale da Trump su twitter) non particolarmente positivo, per Facebook. Nelle ultime elezioni Facebook ha volontariamente ostacolato la diffusione di articoli del NYpost che, durante le elezioni, stava facendo scoppiare uno scandalo ai danni del candidato democratico Biden. Considerando il risicato numero di voti con cui ha vinto Biden è plausibile che uno scandalo, come quello emerso grazie ai servizi del NYPost, avrebbe potuto influenzare l’elettorato a favore di Trump. Le notizie alla base dello scandalo vennero poi confermate, post elezioni, da tutti i media.

Facebook è neutrale con i Vip?

Nulla vieta a Zuckerberg di avere preferenze e trattare persone, o gruppi di persone, in modo privilegiato. Nulla di male se non fosse che Zuckerberg ha sempre sostenuto che, sulla piattaforma, tutti sono trattati allo stesso modo. Emerge in queste settimane che il social network ha una lista di “utenti vip” ai quali le regole standard di censura, blocchi etc non si applicano. In una memo interna Samidh Chakrabarti, capo dell’unità Civic Team, scriveva che “una delle ragioni per cui sono entrato in FB è che credevo nella capacità della piattaforma di un grande potere di democratizzazione dove ognuno aveva una presenza civica…quindi sapere che esistono differenti regole e permessi per gli utenti è un grave problema per me”.

Facebook e le pubbliche relazioni

Il leader carismatico delle pubbliche relazioni di Facebook è Nick Clegg, ex politico inglese, non amato in patria, che da idealista è divenuto un uomo da 2,7 milioni di dollari all’anno (oltre benefit tra i quali una super villa da 7 milioni). Pochi giorni fa, parlando del caso Haugen, difendendo la piattaforma, la credibilità di Clegg ha raggiunto i minimi quando il giornalista americano Steven Levy si è chiesto “chi pensa di convincere?”. Già nel marzo del 2021 Clegg scriveva che l’algoritmo di Facebook “non è progettato per premiare i contenuti provocanti. Al contrario fa esattamente l’opposto.” Una risposta che lascia perplessi, ma, dopo tutto, Clegg non è un programmatore ma un (ex) politico. Il dipartimento di Pubbliche Relazioni di Facebook ha potuto dimostrare la sua validità nel tentare di minimizzare le testimonianze di Haugens. La risposta di Facebook a questa testimonianza, come riporta Verge, suona un poco stizzita. Come riporta Verge un riassunto della risposta di Facebook può essere: “Oggi ha testimoniato una peones (termine spagnolo dispregiativo che potremmo tradurre come un popolano o uno della plebe) che è cosi insignificante da non essere nominata”. La validità della testimonianza della Haugen viene difesa dal suo (ex) capo, Samidh Chakrabarti che ha Twittato “Ho lavorato a Facebook per 6 anni, ho avuto numerosi rapporti diretti e meeting con manager di alto livello, e ritengo che la discussione di Haugens sulla necessità di regolare l’algoritmo, la ricerca di trasparenza e un controllo indipendente siano validi al dibattito”.

Facebook e i suoi moderatori

Facebook ci prova a moderare i contenuti tossici. Un tipo di attività complessa, che implica una comprensione e una formazione culturale importante: vedere un macellaio dissezionare una mucca (morta) non è di per sé, una cosa sconvolgente per un occidentale… ma se siete un indiano Hindu le cose cambiano. Tale è la mole di contenuti violenti da censurare che i moderatori di Facebook, spesso collaboratori esterni, soffrono di Sindrome da Disordine Post Traumatico (di recente la piattaforma ha sborsato 52 milioni per i danni cagionati a questi lavoratori). La PTDS è una sindrome diffusa tra i reduci di guerra. Negli ultimi anni per avere un servizio efficiente Facebook paga 500 milioni di dollari ad Accenture per fare pulizia.

Facebook e i suoi lobbysti

Con le relazioni peggiorate, durante l’epoca Trump, tra Facebook e la Sandberg, gli investimenti in lobbysti a Washington sono aumentati a dismisura. Rispetto alle altre Bigtech, che hanno speso mediamente la stessa cifra dal 2016 (anno di elezioni di Trump), Facebook è andato aumentando il suo budget da 8 milioni ai quasi 20 del 2020. A giugno di quest’anno aveva già speso circa 10 milioni. A queste spese, come riporta Opensecret, si aggiungono numerosi altri investimenti, nei confronti di politici che, casualmente, occupano posizioni strategiche in comitati governativi operanti in aree legate al mondo Bigtech.

Facebook e i politici.

I politici, è noto, perseguono il bene (loro e dei loro elettori). Ora i politici hanno realizzato una cosa preoccupante: Facebook può influenzare i risultati delle elezioni. Anche presso la popolazione degli elettori si percepisce un crescente timore per Bigtech e social media. Di qui un crescente movimento trans-partitico contro questa e altre piattaforme. I politici possono accettare tutto…ma non di essere esautorati: ne va del processo democratico. Ora appare chiaro a qualunque politico che Facebook, tra tutte le bigtech, è la più pericolosa per il processo democratico.

Facebook e i soldi

Che Facebook sia un quasi monopolio, in occidente, non è un segreto. Per capire la sua estensione nella vita comune basta pensare al giorno in cui è stato off line (insieme a Instagram e Whatsapp) per quasi un giorno. Per molti influencer, aziende etc.. un danno da miliardi. Il crollo della piattaforma è avvenuto il giorno prima della testimonianza della Haugen. Ovviamente la tempistica è stata un caso: nessuno sano di mente potrebbe insinuare che questo crash sia stato voluto e/o programmato per, in qualche modo, inibire o contenere, sui social, video e contenuti tratti dalla testimonianza della Haugen. Dopo tutto la spiegazione offerta da Facebook ai media è stata chiarissima. Questo blackout ha offerto al mondo un assaggio di come Facebook sia ormai radicato nelle vite di molti. È un bene? Quest’anno la pubblicità su Facebook (e Google) è aumentata anno su anno del 30% circa. Che Zuckerberg voglia fare più soldi non è un segreto. Con i temi sopra descritti viene da domandarsi non “se” ma “quanto” Facebook sia pericoloso per la società. Parafrasando la similitudine tra social network e automobili… possiamo dire che sia un male necessario. Ma, nel mondo, le vendite di auto stanno calando: forse si può vivere anche senza auto.

Leggi anche

BITPANDA
INFRATEL

Ultim'ora

Fortune Italia
ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.

Fortune Italia