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2026, la sfida della connettività a 1 Giga

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Complici il Piano nazionale di ripresa e resilienza e la strategicità della banda ultralarga per la digitalizzazione del Paese, le policy per le infrastrutture di connettività hanno subito profonde trasformazioni nell’ultimo anno.

La nuova Strategia italiana per la banda ultralarga pubblicata a maggio ha integrato e rimodulato la precedente strategia Bul del 2015, suddividendo i 6,7 miliardi stanziati nell’ambito del PNRR in 7 azioni (o “Piani”). Tra queste, due iniziative erano già attive (il Piano aree bianche e il Piano voucher), mentre tra le nuove spicca il Piano “Italia a 1 Giga”, cui sono destinati 3,86 miliardi di euro. Scopo dell’iniziativa consiste nel portare connettività ad 1 Gbps (1 Gigabit al secondo) a tutti gli indirizzi civici italiani entro il 2026.

Per indirizzare le risorse pubbliche ed evitare il cosiddetto “spiazzamento”, è stato assegnato a Infratel il compito di mappare gli investimenti infrastrutturali che gli operatori effettueranno nei prossimi 5 anni. Proprio grazie al lavoro di Infratel, tale monitoraggio assume un carattere maggiormente vincolante rispetto alle consultazioni effettuate in passato. Di conseguenza, i dati pubblicati ad agosto dalla in-house del Mise mostrano un quadro che rappresenta con buona approssimazione l’evoluzione della copertura che si svilupperebbe nel prossimo lustro senza l’intervento pubblico.

A tal proposito, l’Istituto per la Competitività (I-Com) ha elaborato il cospicuo database pubblicato da Infratel per fornire il dettaglio della copertura a livello regionale e provinciale al 2026 (riportati nella figura).

 

Secondo tali proiezioni, la prima regione per copertura ad almeno 1 Gigabit per secondo sarà il Friuli Venezia Giulia (84% dei civici raggiunti), seguita da Sicilia (79%), Trentino Alto Adige (78%) e Liguria (76%), mentre tra le regioni del Sud solo Puglia (72%) e Molise (71%) figurerebbero al di sopra della media nazionale (68%). La fotografia provinciale segnala un’elevata diffusione in gran parte delle province del Nord Est, tra cui Bolzano (87%), Udine (87%), Trieste (83%) Gorizia (82%) e Treviso 81%. Tra le grandi province o città metropolitane mostrano i migliori tassi di copertura Palermo (86%), Bari (84%), Cagliari 84%) Genova (83%) e Roma (81%).

Nel complesso, senza le risorse del PNRR, nel 2026 circa il 71% dei civici presenti sul territorio nazionale beneficerà di una rete con velocità superiore a 300 Megabit per secondo, prevalentemente costituita da infrastrutture con velocità superiori a 1 Gbps (68%). Un dato importante che mostra quante energie e risorse gli operatori italiani stiano investendo e abbiano intenzione di investire nella rete.

Allo stesso tempo, si osserva come il restante 29% del territorio, equivalente a oltre 6 milioni di civici, non verrebbe adeguatamente coperto e sarà quindi oggetto dell’intervento pubblico. Nel dettaglio, l’azione del Governo sarà mirata su quei civici che, con le normali dinamiche di mercato, non verrebbero raggiunti da una connettività ad almeno 300 Mbps in download. A livello operativo, per portare tutti questi indirizzi verso l’auspicata soglia di 1 Gigabit per secondo, si punta su un modello a incentivo (gap funding) che prevede il supporto economico per gli operatori impegnati nelle opere e il mantenimento della proprietà delle infrastrutture in capo a questi ultimi.

Il progetto è ambizioso e migliorativo rispetto alle prospettive europee che, nell’ambito del Digital Compass, prevedono il raggiungimento della connettività a 1 Gbps per tutti entro il 2030. Allo stesso tempo, si osserva come anche altri grandi Paesi europei abbiano imboccato con decisione questa stessa strada, prevedendo massicci piani di investimenti.

Ciò non significa che l’obiettivo italiano sia scevro di insidie. Basti pensare che, allo stato attuale, appena il 34% delle famiglie risulta coperto in fibra ottica fino all’edificio (in modalità Fiber-to-the-premises o FTTP), un dato che peraltro non tiene conto delle seconde case, delle aziende e delle sedi della pubblica amministrazione. Di conseguenza, per portare a termine quella sembra configurarsi come un’impresa ciclopica, operatori e policy-markers dovranno confrontarsi in particolare con il probabile shortage della manodopera. Infatti un intervento così imponente – e che dovrà essere completato in un tempo effettivo non superiore ai 4 anni – rischia al momento di non poter contare su un numero adeguato di aziende e risorse umane disponibili a occuparsi fisicamente delle opere di scavo e cablatura. A tal fine sarà probabilmente necessario, da un lato, prevedere meccanismi incentivali per ottimizzare il numero e la tipologia degli interventi, favorendo la condivisione di opere e infrastrutture tra i diversi operatori e, dall’altro, valutare opportune politiche di reskilling aziendale finalizzate ad aumentare la forza lavoro impegnata in queste mansioni.

In secondo luogo, occorrerà tenere ben presente fattori quali l’evoluzione tecnologica e il rapporto costi-benefici. In questo senso appare lodevole l’intento di progettare le reti con uno sguardo prospettico, pensandole non con gli occhi di oggi ma valutando le necessità che cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni avranno tra 10 anni. A tal proposito, giova ricordare che il Piano banda larga del 2009 puntava a fornire a tutta la popolazione una connettività di appena 2 Mbps, ovvero 1/500esimo di quanto attualmente previsto per il 2026. Una soglia del genere fa sorridere ora, ma rende l’idea del tipo di incrementi di traffico dati che il settore della connettività si trova continuamente a fronteggiare, e della banda che occorrerà in futuro per consentire il funzionamento dei “servizi avanzati”.

Inoltre, il tipo di tecnologie che occorrerà utilizzare andrà valutato alla luce del rapporto tra costi-benefici, prevedendo il ricorso a tecnologie ibride (ad esempio il fisso-mobile) che consentano di arrivare a dama con interventi mirati e nei tempi previsti, contando anche sul fatto che l’evoluzione delle tecnologie mobili avviene più rapidamente di quelle fisse (e che i primi servizi 5G FWA stanno già vedendo la luce).

Alla luce di queste considerazioni, prefiggersi oggi l’obiettivo di raggiungere la soglia prestazionale di 1 Gigabit per secondo appare necessario per creare quelle reti “a prova di futuro” che permetteranno domani a cittadini, imprese e PA di accedere a servizi avanzati quali streaming ad alta definizione, realtà virtuale e aumentata, smart working e formazione a distanza, telemedicina, smart manufacturing e non solo. Sarà quindi fondamentale concentrare tutte le risorse per mettere a fuoco l’obiettivo e gestire per tempo gli ostacoli che, inevitabilmente, la realizzazione di un’opera così poderosa si troverà ad affrontare.

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